Due alti ufficiali dei carabinieri, Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di aver impedito nel 1995 l’arresto di Bernardo Provenzano, consentendogli di allungare la latitanza di altri 11 anni, sono stati assolti in primo grado perché “il fatto non costituisce reato”. Attendiamo le motivazioni dei giudici, ma è lecito, credo, porsi qualche domanda: proteggere il capo della mafia, che non si è mai sognato di collaborare con la giustizia, non è reato?
Se Mori e Obinu sono innocenti, chi sono i colpevoli? La sentenza non nega il fatto, quindi i pm di Palermo, indagando, hanno fatto il loro dovere. I giudici non hanno creduto alle parole di Massimo Ciancimino e all’accusa del colonnello dell’Arma Michele Riccio, che non sono stati gli unici a esprimersi sull’argomento, lo hanno fatto i mafiosi Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè, Angelo Siino, già collaboratori di giustizia. 
Gino Ilardo, un boss di Cosa Nostra, collaborava segretamente con i carabinieri, era un informatore di Riccio (Oriente il nome in codice), in un anno aveva fatto catturare molti e importanti latitanti: era più che attendibile.

L’ufficiale ha raccontato ai pm di Palermo che il boss era riuscito a mettersi in contatto epistolare con Provenzano e ad organizzare con lui un incontro nelle campagne di Mezzojuso (nello stesso luogo dove fu arrestato nel 2006), per consentire alle forze dell’ordine di catturalo. Riccio informò i suoi superiori. Il generale Mori, in prima persona, gli negò la possibilità dell’intervento.

Ilardo fu ucciso tre giorni prima dell’incontro con i magistrati per mettere a verbale le sue dichiarazioni: aveva deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Perché Riccio avrebbe mentito, mettendo in gioco la sua reputazione? Gli illustri cronisti hanno scritto che questa sentenza farebbe crollare il teorema della trattativa Stato e mafia, e molti politici hanno applaudito la sentenza, puntato il dito sui pm di Palermo, in particolare su Nino Di Matteo, delegittimandoli per aver fatto il loro dovere.

Di Matteo, durante la requisitoria, ha detto: “Questo è un processo drammatico perché lo Stato processa se stesso”. Ecco la risposta a tutte le domande. Da tanto tempo ormai sui processi di mafia l’informazione, a parte qualche rara eccezione, ha dimenticato il proprio ruolo e ha voltato le spalle ai magistrati e alle forze dell’ordine che, quotidianamente, rischiano la loro vita. Per questi uomini, il silenzio, le telecamere spente, sono peggio della condanna a morte di Cosa Nostra.

Il Fatto Quotidiano, 24 Luglio 2013