Ogni volta che salta fuori il nome di Marco Pantani, l’Italietta dei guelfi e dei ghibellini si agita e strepita, siamo un mondo di tifosi, e se il nome del Pirata viene associato al doping, allora interviene la task force de “l’hanno ucciso due volte”, dell’accanimento postumo e via con la zoologia applicata all’invettiva. Mai che si accenni al principio base dello sport, ossia la lealtà. Chi per andare più veloce e per aumentare la resistenza si affida alla chimica e alla farmacia, è uno sportivo sleale. Ha violato le regole. La legge. L’etica. Tutto qui. Se in passato non si avevano i mezzi – o la volontà di agire contro il doping – per scoprire l’imbroglio, oggi, con le sofisticate ‘analisi retrospettive‘, è tecnicamente possibile verificare la positività, grazie ai progressi della ricerca. Senza se e senza ma.

Quando un campione del sangue di Pantani ha mostrato un livello di globuli rossi assai elevato, subito è stato attivato il controllo del suo profilo sanguigno. Uno dei responsabili del laboratorio di Chatenay-Malabry (uno dei 33 che esistono nel mondo specializzati in questo tipo di analisi) all’inizio ha pensato ad un errore: 16 campioni di corridori del Tour su 20 era positivi all’Epo. Molti di costoro hanno ammesso di aver sfruttato l’Epo: hanno parlato perché non corrono il rischio di essere sanzionati. Solo il povero Pantani non può dire più la sua: ci ha lasciati il giorno di san Valentino del 2004.

Quindici anni fa era impossibile accertarne la positività, perché ancora non si cercava in quella direzione. Da allora, la lotta al doping e al suo sordido mercato ha fatto un grande salto di qualità. Soprattutto, è diventato chiaro che si tratta di un problema di salute pubblico, ed endemico. I dopati della domenica sono milioni: non sanno che rischiano effetti collaterali gravissimi, sino alla morte. Ma la caccia al doping resta sempre qualche passo indietro rispetto all’industria dei dottor Mabuse: chi produce e diffonde le sostanze che consentono ai corridori (e agli sportivi) di migliorare decisamente le proprie prestazioni può attingere vastissime risorse dal business clandestino, un po’ come succede per la droga. Le dipendenze del doping e quelle degli stupefacenti s’intrecciano. Come dimostra la tristissima vicenda di Pantani, vittima due volte. Gli assassini di Marco sono coloro che gli hanno fornito le sostanze illegali per correre e per drogarsi. Chi sapeva ha taciuto. E continua a tacere. Tanto li protegge il mito del Pirata.

Lettura consigliata –  Tour de France: 33 vainqueurs face au dopage, scritto dal medico Jean-Pierre Mondenard, Editions Hugo sport (2011). Una lettura indispensabile, sull’evoluzione del doping dal 1947 ai giorni nostri. Da Coppi a Contador, passando per Merckx, Hinault e Fignon, un’inchiesta che denuda i re della Grande Boucle.