La sfinge ha parlato! Dopo tanto silenzio, che lasciava presumere in arrivo chissà quali verità profetiche sconvolgenti, GianRoberto Casaleggio ha detto la sua: moti di piazza in autunno e democrazia diretta.

Tipico lo schema comunicativo (un tempo si chiamava “Toynbee”, ora i consulenti aziendali preferiscono l’acronimo anglicista SWOT): sfida/risposta, ovvero minaccia e opportunità. La rottura (pars destruens) che viene ricomposta attraverso il colpo di genio (pars construens). L’idea che la crisi economica possa scatenare nuove “rivolte del pane” è plausibile, anche se l’intorpidimento anestetico indotto dal governo di Enrico Letta induce a pensare più al diffondersi del fatalismo e allo sprofondamento nella depressione collettiva (come segnalano i casi ricorrenti di suicidi da disperazione) che non all’avvento di una stagiona di dure lotte sociali; in scenari che – tra l’altro – non lasciano ancora intravedere l’emergere di un soggetto aggregatore collettivo (la rete serve per darsi appuntamenti, non per produrre organizzazione). Staremo a vedere.

Quanto invece risulta certo è la banalità della parte propositiva, “il dopo la tempesta”: la terapia di democrazia diretta come cura. Una banalità tipica di questi tempi, in cui la competenza è stata accantonata dalla consulenza, con l’effetto illusionistico di far pensare che la soluzione è dietro l’angolo; mentre – al tempo stesso – le manovre del potere reale vengono occultate dalla chiacchiera imbonitoria dei semplificatori. Sia chiaro, il pensiero democratico è stato messo in guardia nei confronti del presunto “esperto” già dal tempo in cui John Dewey scriveva che “una classe di esperti è inevitabilmente così lontana dagli interessi comuni da diventare una classe con interessi particolari”. E si individuava nel discorso pubblico informato e nei processi di ricambio nella classe dirigente le giuste terapie per evitare blocchi di potere. Ma ora i terribili semplificatori spiegano che la politica non è “un lento trapanare tavole dure” (Max Weber), bensì trovata che risolve tutto in un oplà. Basta una sventagliata di leggi approvate per iniziativa popolare e tutto va a posto. Con il piccolo particolare rimosso che ci sono questioni riducibili al sì/no, altre che per la loro complessità impongono interventi estremamente articolati.

L’introduzione del divorzio è questione del primo tipo. Una politica per la fuoriuscita dell’Italia dal declino industriale non è proponibile nello schema on/off. Ma il consulente semplificatore è inarrestabile, anche perché il suo vero mestiere è quello di confortare l’ansia del committente con risposte di pronto uso, che non richiedano sforzi eccessivi. Il guaio è che il più delle volte non funzionano. Ma di questo ci se ne renderà conto sul medio periodo, quando il consigliere (fraudolento) ha già incassato la parcella ed è passato ad altri incarichi. Ricordo un noto guru milanese, chiamato al capezzale di una multinazionale che aveva appena operato una drastica riduzione del personale e ora voleva motivare i dipendenti sopravvissuti ancora sotto choc, il quale suggerì di far imbiancare le pareti degli uffici: un segno confortante che la vita continua! Soluzione a costo minimo per una dirigenza liquidatoria (a tagliare sono buoni tutti…) ma che non sortì l’effetto atteso. Solo un lungo e onesto lavoro di dialogo e coinvolgimento del personale riuscì a cambiare il clima aziendale invertendo la rotta.

La stessa cosa vale in politica: ormai il rapporto tra corpo elettorale e ceto di partito è andato in frantumi. Per ricomporre i pezzi occorrerebbe un lungo e faticoso lavoro di ripristino del discorso pubblico, magari partendo dalla dimensione civica come laboratorio di soluzioni democratiche e incubatore di gruppi dirigenti rinnovati. Appunto, un lungo e faticoso lavoro nel sociale, non miracoli. Quali ci prospettano – invece – i semplificatori, che distraggono dalle questioni vere. O – peggio – giocano col fuoco.