Da qualche giorno circola in rete la vicenda di Massimo Di Cataldo, la sua ex compagna Anna Laura Milacci lo ha accusato di pesanti maltrattamenti, pubblicando su Facebook foto che la ritraggono con il volto tumefatto insieme ad altre del suo feto abortito a causa delle percosse subite.

La polizia sta effettuando delle indagini per accertare o meno la veridicità delle accuse e, finché non ci saranno notizie sicure in merito, sarebbe bene astenersi dai soliti facili commenti. Ovviamente così non è.
Tutti addosso a Di Cataldo o, al contrario, a difenderlo a spada tratta incuranti del lapalissiano fatto che il popolo di internet può blaterare quanto vuole, ma, senza i risultati delle verifiche in corso, condannare o assolvere il cantante è un puro esercizio di gossip.

La persona media non disprezza il gossip, in certi casi, ci sguazza dentro, si allontana, per un attimo, dai propri problemi e pensa a quelli degli altri sguinzagliando facili giudizi e improvvisandosi opinionista e magari anche giustiziere. Riguardo a questo  accertamenti non sono necessari.

L’opinione pubblica è rimasta impressionata dall’accusa di maltrattamento verso un personaggio pubblico, ma un personaggio pubblico è comunque un uomo (o una donna) che rientra nelle statistiche e nella media dei comportamenti proprio come tutti gli altri. Se Di Cataldo fosse colpevole il suo comportamento non sarebbe più grave di quello di altri uomini solo perché più famoso.

Anna Laura Milacci ha deciso però di denunciare il compagno con una modalità insolita e che desta perplessità perché intrisa di un “esibizionismo” che sprona la superficialità delle persone più che la loro profondità.

Denunciare è necessario, ma sostituire i luoghi competenti atti a ricevere queste denunce con un social network la dice lunga sullo stato di malessere della nostra società. Qualcosa non va proprio, questo al di là della solidarietà che va data a chi subisce violenza e decide di non tacere. Se una donna arriva ad un gesto dimostrativo così discutibile per provare un maltrattamento subito dovremmo chiederci perché non è riuscita ad operare con altri mezzi più funzionali. La giustizia si confonde con la vendetta o con una reale impossibilità ad essere ascoltati e creduti?

Se da una parte è importante una condanna ferma per ogni tipo di comportamento violento, dall’altra non nascondo un senso di smarrimento e confusione nei confronti di una modalità di accusa in pubblica piazza che sembra banalizzare la violenza, non tanto nelle foto in sé che indubbiamente lasciano il segno, quanto nel fatto che circolino liberamente sulle bacheche di migliaia e migliaia di persone al pari di tante altre cose che per lo più lasciano il tempo che trovano.

Denunciare su Facebook in generale mi sembra avere la stessa funzione di proteggersi dalla pioggia con uno scolapasta e solo la crudezza delle immagini e la notorietà del personaggio coinvolto hanno messo in moto un meccanismo giudiziario che prossimamente ci darà informazioni più attendibili.

La verità non la decide la rete, ma i giudici, questo non toglie che mi possa chiedere quanto della dignità e del rispetto delle donne e più in generale dell’essere umano possa passare attraverso azioni così plateali su di un mezzo che, volendo, può fare della privacy carne da macello.

Ed è proprio la privacy per ora l’unica vittima di maltrattamento accertata in questa storia.