A Roma, la via Tuscolana è una strada lungo la quale l’architettura ha sperimentato molto. Dai palazzoni che la delimitato nel tratto che va dai resti degli acquedotti romani a piazza di Cinecittà alle due grandi strutture per il commercio che si trovano, una, fra gli uffici del VII Municipio e gli studios, l’altra subito dopo aver oltrepassato il Gra (Grande Raccordo Anulare). E poi la Romanina e Ponte Linari.

Architetture a scale differenti che parlano con linguaggi antitetici. Prima e dopo l’alternarsi di campagna e città, di pezzi di terreno inedificato e poi urbanizzato. Uno schizofrenico cambiamento di paesaggio che ha inizio subito dopo piazza di Cinecittà e che prosegue ininterrottamente fino all’ingresso nel territorio di Frascati. Costruito e non costruito nei quali s’inserisce l’archeologia. Con resti di ville e acquedotti, sepolcri e strade, cisterne e necropoli, torri e casali. Monumenti e complessi da tempo allo scoperto, ma anche di più recente individuazione. La frenetica attività edilizia di questo quadrante di Roma ha comportato anche questo. Fare fronte, spesso con tempistiche più proprie all’edilizia che alla ricerca archeologica, a nuove importanti scoperte. Insomma con la conurbazione antica di decine e decine di chilometri quadrati di agro. Quanto questa operazione combinata di nuova urbanistica e di acquisizione del popolamento passato sia estremamente difficoltosa, se non impossibile, lo evidenzia il settore compreso tra via di Tor Vergata e via Antonino Anile.

Lungo la prima, tra bandoni che delimitano nuovi cantieri e attività commerciali di vario tipo, i palazzi che compongono recenti complessi. Disseminati a perimetrare l’area, ad abbracciarla, per poi soffocarla. A sottolinearne sul terreno il futuro sviluppo. Palazzi perlopiù a 6 piani, con qualche servizio al piano stradale, che affacciano su strade anonime. Piccole borgate moderne, senza la polvere nelle strade come quelle degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma, come quelle, ai margini della città. Non solo topograficamente. Tra un isolato e l’altro ancora terreni coltivati, addirittura vigneti. Futuri lotti nei quali in un passato non troppo lontano, qualche volta, le indagine archeologiche preventive hanno ridisegnato i profili con le lunghe trincee che occasionalmente si allargano e diventano scavi estensivi. Come è ancora rilevabile lungo via Antonio Pagliaro dove è segnalata la realizzazione della Chiesa Parrocchiale Santa Maria Regina della Pace. Un’opera della Diocesi di Frascati alla quale contribuirà però la Regione Lazio. Non solo. Sono previsti anche 32 alloggi in palazzina nell’ambito del Piano di zona L. 167/62 “Tor Vergata”. Un’opera che provvederà a realizzare la “Alceo” Soc. Coop. Ed. Poco oltre, all’incirca tra via Sandro Penna e via Jean Paul Sartre, un parco. A parte il complesso di edifici a quattro piani attraversato da via Santo Mazzarino, e l’edificio a destinazione turistico-alberghiero e recettiva, parte del piano di zona D/3 Tor Vergata Comp. NR/p,  tanto verde spontaneo, arricchito da una bella ciclabile. Soprattutto un lungo tratto di tracciato stradale, basolato, con tanto di sepolcri su uno dei lati, conservati per breve altezza. Insomma un connubio ambito ovunque. Un polmone verde che può contare sulla presenza di testimonianze archeologiche di rilievo. Peccato che strada e sepolcri siano privi non soltanto di qualsiasi tipo di musealizzazione ma perfino di almeno un pannello illustrativo. Che spieghi, che provi a coinvolgere. Così, quei resti, quasi del tutto “estranei” agli abitanti degli edifici che affacciano sull’area, un non senso. Resti strappati alla sicura distruzione ma privi della necessaria valorizzazione. Quella che con il tempo ne impedisce prima l’oblio e poi l’agonia.

Non va meglio lungo via Anile. In uno dei lotti, inedificato, al centro, svetta una bella struttura romana. Una cisterna in opera cementizia, dall’inconsueta pianta trapezoidale, alla quale sembra appoggiarsi un muro in opera reticolata. L’ambiente, funzionale all’approvvigionamento, lesionato in più punti, scoperto per quasi l’intera altezza delle fondazioni su parte di uno dei lati lunghi. Con la vegetazione infestante che ne ha invaso una parte ed un albero di prugne che continua a crescere indisturbato in corrispondenza di uno degli angoli. Anche qui nessun pannello, niente che indichi cosa siano quei “muracci” in mezzo all’aiuola. Va anche peggio proprio a lato di via Anile, più avanti, ai margini dei terreni coltivati sui quali prospettano gli edifici lungo via Ugo Spirito. Resti imponenti, avvolti dalla vegetazione. Per ora scampati alla distruzione, ma abbandonati.

Roma si continua ad allungare scompostamente verso l’esterno. Prima occupando in maniera isolata nuovi settori. Poi accerchiandoli con altre conurbazioni. Infine, densificando quanto più possibile. La città si dilata insediando quartieri che solo amministrativamente ne fanno parte. Perché da qui sono molto più vicine Grottaferrata e Frascati che non il centro di Roma, i suoi quartieri storici. Nei nuovi complessi, spesso senza una riconosciuta identità, l’archeologia è presente. Ne è anzi parte non esigua. Anche se rimane ‘parte’ a volte avulsa. Perché sostanzialmente muta. I resti antichi derubricati ad una sorta di arredo, senza tuttavia svolgerne alcuna funzione. In questo modo lo sforzo di conservare l’archeologia strappata alla nuova edificazione, quasi vanificato. La tutela di quanto scoperto tradita dalla mancanza di valorizzazione.

A Tor Vergata, per ora a godere dei resti antichi inclusi nel verde pubblico sono soprattutto i cani. Una passeggiata con i padroni, al guinzaglio o liberi, in mezzo a tanta grazia non è per Tutti. E’ proprio questo il problema.