Gran parte degli economisti più in voga oggi, in vita provarono «quando sa di sale salire l’altrui scale» e il più delle volte furono incompresi ed emarginati. Il grande successo arriva da morti. Basterà dire che il più grande economista italiano, Vilfredo Pareto, fu costretto a emigrare in Svizzera a Losanna, perché da noi avrebbe fatto fatica a vincere una cattedra alle scuole superiori. Oppure ricorderemo che il primo economista a formulare i rivoluzionari principi del marginalismo fu Heinrich Gossen, morto povero e sconosciuto dopo aver dato fondo al suo denaro stampandosi e acquistandosi i suoi libri. Un altro di questi fu il norvegese emigrato americano Thorstein Veblen, fustigatore delle classi agiate, respinto da tutte le università degli Usa, oggi ritenuto il fondatore dell’indirizzo istituzionalista che paradossalmente passa per tipico americano. Proprio questo indirizzo recentemente ha prodotto un’interessantissimo contributo in un libro di Acemoglu e Robinson che argomenta come lo sviluppo economico sarebbe principalmente determinato dall’azione svolta dalle istituzioni, dalle leggi e dall’organizzazione politica.

Acemoglu ad esempio porta il caso Nogales-Arizona e Nogales-Sonora,  due paesi prossimi al confine Usa-Mexico separati da pochi chilometri, ma diversi per livello di vita dei propri cittadini, florido per gli yankees e miserabile per i messicani. Tale clamorosa differenza indicherebbe come la causa di queste opposte condizioni di vita, non potendo essere ricondotta al territorio, sostanzialmente identico, debba ricondursi alle caratteristiche delle istituzioni che scandiscono l’esistenza degli uni e degli altri.

Detto che evidentemente questo tipo di analisi non considera la cultura e le tradizioni come fattori in grado di pre-determinare le caratteristiche delle istituzioni, voglio tuttavia concentrarmi su un altro aspetto del rapporto istituzioni-sviluppo economico. Certamente le une influenzano e concorrono a determinare l’altro, ma i due si pongono su piani e caratteristiche completamente differenti. Istituzioni e mercato interagiscono, ma all’interno di logiche e criteri completamente differenti, direi opposti. Come farle dialogare, visto che è indispensabile?

Un dubbio potrebbe essergli venuto anche al sindaco di Firenze Matteo Renzi che di recente ha affittato a dei privati per una festa uno dei monumenti più significativi della città, sottraendoli temporaneamente alla collettività. Al contrario nel corso del secolo XVIII la Repubblica Serenissima, già ampiamente in decadenza ma economicamente sana, a più riprese rifiutò graziose elargizioni di ricchi mercanti, ansiosi di finanziare pezzi importanti del patrimonio pubblico, come la sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, semplicemente per il fatto che i suoi maggiori ritenevano inopportuno che dei privati potessero interferire nei destini dei beni pubblici.

Insomma ci sarebbero molti casi e numerosi esempi nel passato, e forse anche qualche vicenda recente, a indicarci come le istituzioni pubbliche in realtà amino avere una propria dignità e un proprio prestigio, che è ben diverso da quello dei soggetti privati. Le istituzioni rappresentano gli interessi di tutti, riproducono la volontà della collettività, sono il presupposto anche di un potere di coartazione oltre che di indirizzo, che i privati non hanno. E questo potere che esse rappresentano, ha bisogno di segni precisi, non può essere esercitato in pantaloncini corti e sandali. La dignità delle istituzioni non è solo forma, ma è una sostanza della quale forse si è perso traccia.

Almeno due casi sono clamorosi, la scuola e la magistratura. Due colonne fondanti della civiltà di un paese sono lasciate in Italia spesso senza mezzi e con la loro trascuratezza formale alla quale sono obbligate da una politica idiota, esprimono tangibilmente il segno della crisi profonda della nostra sensibilità collettiva. Come – aggiungiamo – il danno maggiore che certi politici hanno inferto al nostro paese con certi riprovevoli comportamenti pubblici, non è solo nella volgarità di cui si sono macchiati, ma nelle ripercussioni che hanno determinato sul prestigio e la credibilità delle nostre istituzioni. Le istituzioni per favorire lo sviluppo economico hanno certamente bisogno di contenuti. Ma hanno un bisogno non inferiore di recuperare una forma e una dignità che non vediamo più in giro.