Aprendo un giornale qualsiasi, di questi tempi, anche un legionario dal cuore di pietra avrebbe un groppo in gola. Uccisioni di giovani donne, bambine inermi investite da pirati della strada che fuggono, stupri, acidi gettati in viso alle ragazze… Un orrore collettivo, quotidiano. Di massa. Di routine. Un plat du jour atroce che la moderna società ci ammannisce senza posa. Aggiungo una portata, per dovere di cronaca (piccola, lontana) e per un sussulto di pietà animalista. In casa, sopra l’ingresso della cucina, da sempre vedo una foto larga e piatta di un iconico paesaggio africano, al centro della quale si stagliano due sontuosi rinoceronti bianchi. Mi sono sempre chiesta cosa ci facesse lì, senza mai chiederne perché. E’ certamente – mi dico – una delle tante memorie di mio marito, avvezzo all’Africa australe da tempi lontani. Sua grande passione che ricorre in ogni angolo dell’abitazione.

Lo scorso weekend incontro nel sud della Francia una coppia di suoi vecchi amici, adesso amici anche miei, lui italiano e lei, bellissima, sudafricana. Sono i vecchi “vicini di casa” di mio marito nel Transvaal, nord del Sud Africa, tra Botswana e Zimbabwe. Lui, torinese, comperò, molti anni orsono, la grande tenuta di Giorgio Zucchi, un signore di altri tempi, che all’età di 50 anni decise che l’Europa e il mondo della moda erano troppo decadenti per lui e si inventò un luogo di sogni e di delizie nelle Waterberg, 350 km a nord di Johannesburg. Savana a perdita d’occhio e colline piene zeppe di antilopi, zebre, orici, gnu, struzzi, facoceri e giraffe. Bello e raro il paradiso concepito da un designer in ritiro. Ma il vanto del luogo, il suo “soffio”, era una coppia di immensi rinoceronti bianchi. Un maschio e una femmina. Quelli della foto sopra la cucina di casa.

Mio marito mi raccontava delle notti passate alla “Lodge” (la tenuta), nel silenzio più assoluto, il volto accarezzato da una brezza profumata di acacie, il cielo in una esplosione di stelle, al chiarore della luna rovesciata, come solo nell’emisfero sud, ad aspettare che arrivassero a bere i rinoceronti. E quando arrivavano, i respiri si mozzavano, i cuori si sentivano battere nelle orecchie, al cospetto di tanta preistorica bellezza. Due giganti, due triceratopi, fuggiti da un documentario, dalle ere evolutive, si stagliavano al chiarore della luna. Candidi come balene, quelle di Melville, simulacro delle nostre paure ancestrali. Eppure, avvicinandosi, li si ascoltava emettere piccoli suoni di mammiferi ignoti, rumori giurassici, da brontosauri, ma poi non troppo dissimili a quelli di una mucca. Di quelle della tua infanzia. Quasi ciechi, per capirti, ti annusavano. E sentivano il tuo odore umano di imbecille. E tu sentivi il loro, segreto, antico, che sapeva di fango, di erba tagliata e di fiori selvatici. E ti accorgevi, sotto il tappeto di stelle africane, che la Natura era tua Sorella, tua Madre, che ti voleva bene. E ti offriva il meglio. Col cuore. E non c’era paura. La paura era laggiù, all’ombra della società che tu pensavi “civile”, dove credevi di sentirti a casa.

La tenuta fu venduta due anni fa a un miliardario inglese, tale Rory Sweet, un essere viscido e amaro, a dispetto del dolce cognome. Siamo a pranzo sul lungomare.

Intercetto una conversazione sommessa tra mio marito e il suo amico, che dice: “Ti ricordi i rinoceronti..?”  – “Come potrei dimenticarli, ne ero innamorato pazzo”- “Quel coglione di Rory li ha venduti per trofeo ad un cacciatore tedesco. Un obeso. Gli ha sparato senza neanche scendere dalla Toyota. Ha pagato 60.000 dollari a capo”.

Mio marito inghiotte a stento il boccone che masticava. Tace. Chiede scusa e si alza.

Passa una Porsche decappottabile, con due tizi in canottiera, due ragazze scintillanti e la radio a tutto volume. Ridono. Buttano una lattina vuota e passano sgommando. Smetto di mangiare anch’io. E penso che gli autori di questo crimine contro l’umanità dovrebbero essere wanted e rincorsi da mandato di cattura internazionale. Ma davvero  in che c… di mondo viviamo!