L’efficienza all’improvviso. Addai Richie ha ottenuto la cittadinanza italiana. Non l’aveva 48 ore fa, oggi sembra cosa certa. Si conclude col lieto fine (forse) l’incredibile vicenda, raccontata dal Fatto due giorni fa, del cittadino ghanese e operaio Electrolux cui la Questura di Pordenone ha trasmesso un parere negativo alla naturalizzazione “perché non sapeva indicare i nomi dei vertici del Pdl, chi siano Casini, Ciampi e Di Pietro”. Il vice questore di Pordenone, Manuela De Bernardin, fa sapere che la richiesta è stata accolta e dovrà essere solo ufficializzata all’interessato. Tempi tecnici, insomma. L’interessato pero’ non ne ha avuto notizia se non ieri, cioè 24 ore dopo che è scoppiato il caso sul Fatto. Lui, ovviamente, gioisce perche non dovra’ tornare in Ghana con tutta la famiglia al seguito in caso perda il lavoro all’Electrolux di Porcia, alle prese con pesanti tagli. E tuttavia non si capacita dell’evoluzione: “Ho controllato lo stato della pratica il 16 luglio, una settimana fa, al terminale del Ministero degli Interni e risultava ancora aperta: “I pareri necessari sono stati acquisiti”, recitava la schermata. La Prefettura farà sapere che quella dicitura cambierà solo col decreto definitivo e il giuramento del neo cittadino.

In ogni caso un record rispetto ai tempi di concessione che sono mediamente molto più lunghi. Il Messaggero Veneto, proprio in questi giorni, racconta ad esempio il caso di un’analoga richiesta – nella stessa Questura e sempre di una cittadina ghanese che ha maturato tutti i requisiti – che attende un responso da cinque anni. A quanto pare le cose vanno così, i diritti in Italia sono a geometria variabile, soggetti a capricci, condizioni climatiche e volontà dei singoli.

Restando sul caso Addai al Questore De Bernardin abbiamo chiesto di risolvere altri piccoli misteri: quante altre valutazioni negative sono state frutto di un interrogatorio “politico” in questi anni? Chi ha effettuato quello di Addai? Saranno avviate indagini interne per capire quanto la pratica è diffusa e quanti sono stati “puniti” per non aver saputo chi sono Monti, Casini e Berlusconi? Su tutti i punti è prevalso un imbarazzato silenzio. De Bernardin sostiene di non avere dati su quanti pareri (negativi o positivi) la Questura trasmetta alla Prefettura e quindi al Ministero per le sue valutazioni.

“Non mi chieda un giudizio sulle valutazioni espresse in quel parere, cerchiamo di fare questo lavoro con coscienza. Le dico solo questo”, risponde il Questore. Sul “chi” è silenzio assoluto: “Su questi aspetti non le rispondo perché sono cose interne e non ritengo di doverle dare informazioni”. Un’ipotesi la avanzano, invece, gli avvocati che seguono i ricorsi degli immigrati a Pordenone (e non solo). E non è un dettaglio, ma un aspetto inquietante da verificare. Sostengono infatti che la prassi nelle Questure d’Italia sia di affidare i “colloqui” a semplici agenti, personale amministrativo. Nelle relazioni è indicata in stampatello la dicitura “Il dirigente della divisione Pasi” che sta per “Polizia amministrativa, sociale e dell’immigrazione”. “Ma a fare il colloquio – spiega ad esempio l’avvocato Giovanni Carlucci di Pordenone – sono agenti di polizia senza alcuna qualifica specifica o preparazione adeguate a giudicare le conoscenze di un’altra persona, non sono maestri elementari, non hanno fatto alcun corso e interpretano le cose in modo soggettivo e personale”.

Questo forse spiega perché il parere di Addai non sia firmato, perché casi di cittadinanza negata con quiz politici siano tanto diffusi. “Ricordo quello di un cliente che si era trasferito da pochi mesi in un piccolo comune e che alla domanda “chi è il sindaco?” non ha saputo rispondere. Ma proprio come nel caso dei politici la norma individua come requisito una conoscenza dell’ordinamento istituzionale, non chi sia l’assessore, il sindaco o il vigile urbano”, spiega l’avvocato Carla Panizzi. E in effetti da Pordenone il caso si allarga. Già arrivano le prime segnalazioni sulla Questura di Bergamo. Che stiamo verificando.