Diciottesimo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Woody Allen un giorno disse di aver sognato d’essere il collant di Ursula Andress, e posso capirlo. In queste tre settimane di sofferenza e passione ciclistica, ho sognato invece d’essere il manubrio di Christopher Froome. Non il suo sellino, non mi avrebbe lasciato un attimo per respirare: solo oggi pomeriggio, per meno di un minuto, il “keniano bianco” ha sollevato il culo per spingere in salita come fanno quasi tutti i corridori normali. Ma nei precedenti 3267 chilometri è sempre rimasto come se avesse il piombo nelle mutande. Confesso che avevo sognato d’essere pure un suo pedale, poi però ho pensato che mi si sarebbe svitata la testa, perché quell’energumeno magro come un grissino ma frenetico come un colibrì mi avrebbe fatto vorticare come le bielle di uno Zundapp.

E allora, ho optato per il manubrio. Più calmo. Più stabile. Più strategico. Avrei potuto vedere la corsa della maglia gialla dalla migliore delle postazioni, e ascoltato tutto quello che i corridori si dicono in corso e le conversazioni via radio con le ammiraglie: ah, che fantastici reportage, più dentro la notizia di così! Avrei visto impennarsi la strada del Mont Ventoux, e quella dell’Alpe d’Huez. Avrei sentito imprecare Christopher quando lo ha morso la fame ed è andato in crisi. Sarei stato testimone dei patteggiamenti in corsa con Quintana, con Alejandro Valverde, e soprattutto avrei capito dalla sua presa il momento in cui avrebbe deciso d’attaccare e i suoi strappi in salita, e il suo ansimare – ansima uno come lui? Sarebbe stato sensazionale poter vivere la corsa “dentro”, e non fuori, a debita distanza, come succede oggi. Avrei origliato i suoi commenti, e decifrato il suo carattere, stando così a contatto, giorno dopo giorno, mi sarei sentito sospinto dalle correnti del momento, come un windsurf, mentre Froome pilota la sua bici – e dunque me – nel traffico del plotone.

Avrei infine scoperto che il sole d’estate brucia magari le idee, ma non le pedalate: i manubri sussultano, ad ogni giro di pedivella. Il corridore lo impugna con forza, e spesso con rabbia. Avrei subìto umori e malumori. Il ciclismo è come la vita, un cammino verso ciò che non conosciamo. Pure i sogni ci lasciano assai presto.

Sarà per un’altra volta. All’inizio, tre settimane fa, ho voluto credere alle seducenti premesse di questo centesimo Tour, e alle sontuose promesse che ci sarebbe stata grande suspense e grandissimo pathos. L’incertezza svanì già al secondo giorno di corsa e di Corsica, su uno strappo nella tappa che si concludeva ad Ajaccio. Christopher Froome, lo strafavorito, come un fulmine aveva briosamente staccato il gruppo, per saggiarne umori e reazioni; gli avversari erano rimasti appesi ai loro (sic) manubri, e alla loro meraviglia: avevano capito, dalle frequenze impossibili di quelle pedalate spicciole, che la “sparata” di Froome era stata come il pugno che stringe un sigillo e si abbatte sul foglio.

Non ci sarebbe stata sfida: non a pedali. Magari a parole. O nelle dichiarazioni dei direttori sportivi. I duecento del Tour si sentivano come i troiani che dovevano affrontare Achille. E così, ai tapini che guardavano inani la schiena del lungagnone nato in Kenya, rimase solo una certezza: meglio pensare alle battaglie che sarebbero scoppiate soprattutto nella terza settimana di gara, la più dura, selettiva ed impietosa, per conquistare i premi di consolazione, i due gradini più bassi del podio. Così come parve subito chiaro che l’Alberto Contador post-doping, il Rivale Designato, non aveva la forma rapace delle sue vittorie ante bistecca al clembuterol, e che era destinato a soccombere, come Ettore lo fu contro l’invincibile Pelide che infiniti lutti addusse agli Achei. La situazione, in seno al gruppo, era già sgombra da qualsiasi equivoco: non si vedeva chi potesse domare il britannico che voleva farsi re.

Peccato: cosa dà senso ad un corsa come il Tour de France se non una fiera rivalità, se non l’ambizione di battere e combattere? Perché non tentare di afferrare l’inafferrabile?

Ed eccoci a questo 20 luglio, a questa ventesima e penultima tappa di appena 125 chilometri, tosti e velenosi come il morso del cobra, con una salita terminale che impicca i corridori. Sotto il gran sole di luglio, sia pure nella temperata Savoia alpina, sulle alture che contornano la bella Annecy e il suo lago, è andata in scena la sintesi del Centesimo Tour de France, il serial bike dell’anno di grazia 2013: nel senso che la tappa poco per volta ha configurato le gerarchie dei valori in campo, e ha messo in evidenza i caratteri dei comprimari e dei protagonisti, nonché la loro valentìa ciclistica. Il caso non colpisce a caso, diceva Jacques Prévert, maestro di vita e di biciclettate, l’ascesa al Semnoz è stata esemplare. Dieci piccoli ultimi chilometri hanno raccontato venti giorni di fughe e ricongiugimenti, di assoli e di volate, quando l’estro del singolo si coniuga al plurale.

Froome, l’eroe in maglia gialla di questo feuilleton su due ruote ha dato di nuovo brevissime dimostrazione delle sue stupefacenti doti. Stavolta non ha esagerato: vuoi perché anche i marziani in bicicletta si stancano, vuoi perché non serviva più a nulla se non a rinfocolare polemiche e dubbi. Infine, è tradizione che chi stia per vincere il Tour lasci via libera ai compagni di fuga, un gesto cavalleresco (Indurain e Coppi furono tra i più generosi). Ed infatti, dopo aver parlottato con l’ammiraglia via radio, Froome si è accontentato di controllare la corsa nel finale assai aspro della salita; anzi, ha lasciato che il giovane poulain in maglia bianca, il colombiano Nairo Quintana, andasse a riscuotere vittoria di tappa, nonché classifica di miglior scalatore e secondo posto assoluto, davanti allo spagnolo Joaquim Rodriguez detto Purito che ha scalzato dal podio l’orgoglioso ma spento Alberto Contador. El Pistolero in questo Tour ha avuto pallottole spuntate, non è mai stato in grado di impensierire seriamente Christopher Froome. Se vi ricordate, nella famosa tappa di Ax, il britannico nato in Kenya ha marcato stretto fin da subito Quintana, ritenendolo il vero avversario. Nairo ha ventitré anni e già pedala da vecchio marpione. Ha capito che non avrebbe potuto battere Froome. Ma si è accorto che il podio era alla sua portata. Non si è sprecato in avventurose iniziative. Il suo bottino è ragguardevole: due prestigiose vittorie di tappa, la maglia bianca e quella a pois, il ruolo di “delfino”. Ha illuminato la corsa senza toccarne l’ombra.

Applausi allo stoicismo di due luogotenenti di grande valore e altrettanta umiltà – spero ben retribuita. Richie Porte ha salvato un paio di volte il capitano in maglia gialla. E’ stato il suo ultimo paladino. Lo ha difeso sino a sacrificare ambizioni e passioni. Un tempo, quando il ciclismo era più umano, il capitano lasciava libero di andare a vincere, se ne era capace, il suo compagno più fedele. Pure Roman Kreuziger si è dannato l’anima e le gambe pur di sostenere il suo capitano Contador, che invece di attaccare in salita lo ha fatto in discesa, con scarsi risultati e una volta, con astuzia, infilandosi nel vento, rubando un minuto a Froome ed illudendoci tutti. Mai una volta che si sia visto il britannico tirar fuori la lingua, come fanno i corridori allo stremo.

E, nelle pieghe di questa tappa stringata come un verso d’Ungaretti, come non segnalare l’eroismo un poco folle del decano Jens Voigt, il tedescone che potrebbe essere papà di Quintana? Il quarantaduenne Jens è stato in fuga per gran parte della corsa, si è arreso soltanto alle 16 e 52, quando mancavano 8 chilometri e 700 metri. Raggiunto dai primi della classe. Così come coraggioso (e un poco patetico) è stato Pierre Rolland che sino ai piedi dell’ultima salita era riuscito a superare di un punto Froome nella classifica della montagna. Per restare con un pugno di mosche in mano, giacché in cima al Semnoz, col traguardo a quota 1655, considerato fuori categoria, i punti valevano doppio…

Ammirevole, infine, Alejandro Valverde, tenace nel restare sempre coi primi della classe, sconfitto da Froome e da una banale foratura a 86 chilometri dal traguardo della tredicesima tappa, quella del vento. Dieci minuti di ritardo, addio al podio. Si è vendicato della malasorte con biblica pervicacia: muoia Sansone con tutti i filistei, a cominciare da Contador… ha pilotato Quintana al secondo posto, lo ha aiutato con lealtà e professionalità. Quanto alla memoria delle memorie, la ventesima tappa ha superato il Mont Revard: lì, un Felice Gimondi ancor più giovane di Quintana (il bergamasco di Sedrina aveva 22 anni e 9 mesi) vinse una cronoscalata che vedeva Raymond Poulidor favoritissimo. Felice indossava la maglia gialla da dieci tappe. Vincerà pure la crono finale e il cinquantaduesimo Tour: “Lottavo tutti i giorni col coltello in bocca, non dovevo sbagliare niente…”, ha ricordato Felice. Correvamo meglio quando stavamo peggio.

Lettura consigliata: Maurizio Ruggeri, Felice l’ultimo Tour, (Limina 1997) sottotitolo: Gimondi o l’impossibile sfida, con arguta prefazione di Gian Paolo Ormezzano, mio caro amico e grandissimo giornalista di sport. Chiarisco il misterioso “l’ultimo Tour”. Il libro è stato scritto prima che Pantani vincesse la Grande Boucle nel 1998. Pareva stregata per gli italiani, la corsa francese che Gimondi dominò nel 1965. Ruggeri è davvero bravo nel ricostruire l’atmosfera ciclistica di quegli anni – è trascorso quasi mezzo secolo – intercalando le imprese di Felice con quelle del “cannibale” Eddy Merckx, il suo furioso e insaziabile antagonista. Un duello che attraversò con lampi e fulmini gli anni Sessanta e Settanta, lungo le strade delle corse e della vita.