“C’è nell’aria un’energia che non si sblocca, come se fosse un grido in cerca di una bocca”: sono le parole finali di una bellissima canzone di Gaber (Il grido), che ieri sera cantava un gruppo di ragazzi sedicenni (sedicenni!) al Festival Gaber di Viareggio, dove si sta celebrando in questo mese di luglio un’edizione speciale per il decennale della morte dell’artista milanese. Gli anni passano ma i testi di Gaber restano miracolosamente attuali, tanto da sembrare scritti in questi giorni. Perché accade questo? Forse perché, caso unico nel panorama del teatro e della canzone italiani (del teatro-canzone), Gaber ha scritto con Sandro Luporini, il suo co-autore viareggino, una grande epopea dell’esistenza umana, scandagliata nelle sue pieghe più recondite e analizzata con lucido disincanto. Forse anche perché, accanto a questa vena in certo senso filosofica, e intrecciata ad essa, Gaber e Luporini hanno saputo far vivere un’anima più ribalda, da “strani lestofanti”, secondo l’efficace definizione che Paolo Jannacci ha dato del padre e di Gaber sul palco di Viareggio. E queste due anime intrecciate hanno prodotto testi strani, piegati ora verso l’ironia ora verso la coscienza, come Destra Sinistra o Le elezioni. Forse ancora perché non c’è praticamente momento della vita che non sia al centro di questo o quell’altro testo di Gaber-Luporini: dall’amore alla morte, dalla nascita alla malattia, dalla paternità alla separazione, dalla partecipazione alla vita collettiva alle riflessioni più intime, tutto è passato sotto lo sguardo dubbioso, e quindi fecondo, di Gaber.

Ma probabilmente c’è anche una ragione più legata al contesto italiano che fa della produzione gaberiana un motore di riflessione sempre acceso: l’energia che circola in questo paese bloccato è quella che si esprime sempre più di rado, in qualche fiammata elettorale, che si cerca di spengere alla bell’e meglio, in qualche protesta di piazza, che si cerca di non enfatizzare, in qualche rara voce fuori dal coro, che si cerca di sterilizzare. La forza di questa energia è quella di esserci, di non dissolversi nella rassegnazione, di circolare per vie sotterranee, la sua debolezza è quella di non trovare “le parole giuste” per dirsi, di avere una tendenza più implosiva che esplosiva (da noi le piazze greche o egiziane non ci sono). In questo senso quarant’anni di berlusconismo (da quando il Berlusconi way of life si è iniettato nella vita italiana attraverso le tv, non solo da quando il suo artefice è entrato in politica) hanno lasciato tracce devastanti. Dunque Gaber oggi manca come persona e come emblema, come punto di aggregazione e di emersione di questa energia (chi, tra i cinquanta-sessantenni di oggi, non ricorda l’energia dei teatri che venivano giù dall’entusiasmo negli spettacoli di Gaber degli anni Settanta?). Così come mancano altre figure capaci di uno sguardo “laterale” ed “eversivo” sul quotidiano, da Pasolini a Sciascia.

Bisognerebbe interrogarsi meglio – la sinistra dovrebbe farlo, se oggi, come implicitamente dice Gaber, questa parola avesse un senso – sulle ragioni di questa inversione di orientamento che porta l’energia più verso l’interno (un grido in cerca di una bocca) che verso l’esterno, e che fa, per esempio, del teatro e del cinema italiani di oggi luoghi di grande fragilità più che strumenti di espressione di questa energia, come accadeva qualche decennio fa. Intanto il viaggio di Gaber continua rigenerandosi: che ci siano ragazzi che erano appena nati quando Gaber se ne andava e che prendono la staffetta di questa ricerca è un segno della forza propulsiva del suo lavoro.