Il giorno dopo entravano in casa gli operai. La casa l’aveva costruita mio nonno, con i soldi portati dall’Argentina, sommati alla dote di mia nonna. Mura impastate con sudore e vino, perché mio nonno faceva il vignaiolo. Poi mio padre aveva costruito un piano e adesso toccava a me ristrutturala e farla diventata la casa dove sarei andato a vivere con la donna che a dicembre sarebbe diventata mia moglie. Gli operai entrano domani.
Già entrano domani. Mobili da spostare, per fare spazio e soldi per chiamare i facchini non ce ne sono. Allora io e lei saliamo su a Nicolosi, e ci mettiamo di buona lena a fare il trasloco. Domani entrano gli operai. Polvere, sudore. Un caldo di quelli che ti tolgono il respiro, Ma domani entrano gli operai e cavolo dobbiamo levarle ste cose. Tiriamo fino alle quattro, poi ci vince la fame e la stanchezza.
Io indosso una tuta blu da meccanico, uguale a quella che usa Gino Cervi nei film di Peppone e Don Camillo, lei una salopette e un foulard a raccogliergli i capelli; siamo grigi di polvere. Sfiniti.
Stiamo mangiando un pezzo di pane e formaggio nella stanza più fresca. E’ allora che mi sento chiamare.
Grazia è un’amica di mia madre. La vedo al cancelletto. E’ accaldata, si vede che ha corso e ha la faccia di coloro che non portano buone notizie.

Mi chiama due volte. Esco fuori. Lei dice che devo chiamare subito casa. Non sa altro. Inutile farle domande. Allarga le braccia.
Penso a mio padre. Ha già avuto un ictus. Mi aspetto il peggio. Da quella casa alla prima cabina telefonica ci sono circa cinquecento metri. Li faccio di volata. Conto i secondi e mi sembrano troppi. Mio padre… di sicuro.
Le monete da cento lire scorrono nella fessura.  Faccio il numero: 4.3.7.6.2.8. Conto gli squilli e ad ognuno mi si torce lo stomaco: uno, due, tre, quattro…. Mio padre risponde dopo il quarto. Ha la voce tesa.  “Come stai ?” gli chiedo d’impeto. Lui non mi risponde, come se non avesse sentito la domanda. “Chiama il giornale…a Palermo è successo qualcosa …ha telefonato un tuo amico Angelo ha detto di chiamarsi, Angelo Di Giorgio”.

Palermo  circa tre ore e mezza dopo. La Fiat uno è morta. Ho tirato a tavoletta per 192 chilometri. 

Via D’Amelio, ma dove cazzo è questa via D’Amelio?  Seguo la gente, il sibilo delle sirene, poi vedo una volante che fila verso monte Pellegrino e mi ci attacco dietro. Mi faccio portare. Poi vedo il fumo, sparso dal vento, debole, il ricordo di quello che era stato tre ore prima. La Uno si spegne e la molla di sbilenco. Scendo. Seguo il puzzo e punto un camion dei pompieri. Non ho preso la penna e il taccuino. A che mi servono?  So che non avrò nulla da segnare e che quello che vedrò girando quell’angolo che si avvicina sempre più, non avrà necessità di essere fissato sulla carta. L’angolo si fa sempre più vicino. L’odore della pentrite mi sfonda le narici, penetra nel cervello, si mischia ad un odore dolciastro e acre che sa di uomo, di carne, di vita che diventa morte. L’angolo si fa sempre più vicino e io non mi rendo conto che sto correndo, come se dovessi arrivare prima di qualcosa, prima che l’orrore mi sommerga. L’angolo si fa sempre più vicino. Più vicino. L’orrore… l’orrore…

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Palermo, alcuni minuti dopo. Carmelo Petralia sta chino. Indossa una camicia bianca. E’ accanto al marciapiedi di fronte l’ingresso del palazzo. Seduto sui talloni ha in mano un sacchetto.  Raccoglie qualcosa da terra. “Lello…”, alza solo lo sguardo. Mi vede. Non parla. A sinistra, alla mia sinistra qualcosa di scuro, informe. Qualcosa che alcune ore fa era un essere umano.

Palermo, circa un ora dopo. Guardiamo i pezzi di auto, i rottami. Siamo quasi alla fine della strada, c’è un pezzo di motore. E’ quasi intatto. Poi più in la, due metri al massimo il parafango anteriore. E’ quello di una Panda. “Cos’hanno usato?”. “Lo vedi, una Panda… cerchiamo la targa, deve essere qui in giro…dammi una mano”.

Non troviamo un bel niente. La targa la trovano giorni dopo, sotto un’auto, chissà come c’era finita lì sotto. E poi…quella macchina che col tempo da Panda diventa 126... Ma di sicuro ci sbagliavamo noi…certo… nell’inchiesta ci saranno solo verità. Verità come quelle raccontate poi da quello lì, quel coglione della Guadagna..Scarantino si chiamava. Uno che le minchiate le seminava come il grano sui campi, al punto che dovevi essere scemo o assolutamente in malafede per non vederle. Eppure nessuno le ha volute vedere. Sul mio giornale scriverò poi che di minchiate si trattava e che difficilmente la mafia si affidava ad uno così. Un articolo il mio che non piacque. In Procura a Caltanissetta, alla Mobile di Palermo e da qualche altra parte, a Roma avevano lavorato duro per costruire tutto il Teatro. Mi incrocia uno dei principi del giornalismo siciliano, uno di quelli che scrivono sui giornali importanti. Sulle scale della Procura di Caltanissetta lui scende dopo il quotidiano colloquio con il capo, io salgo e quando siamo vicini quasi mi sputa in faccia: “Tu stai difendendo gli assassini di Borsellino!” … Già, io li difendevo gli assassini.

Palermo, quasi mezzanotte di quella domenica di merda. Folla, palazzo delle Aquile sotto assedio. I consiglieri entrano dalle finestre. Il portone è sbarrato. La gente urla. La telecamera gira. Indico l’inquadratura al cameraman.  La gente urla. Ma non c’è rabbia in quelle grida. Io sento il dolore  e ci ritrovo il mio dolore, muto, che non sa uscire. La rabbia è coscienza di un torto.  Forse arriverà dopo, forse non arriverà mai…

Palermo, notte alta. Andiamo come ubriachi per la città: non riusciamo a capire dove accade cosa. Cerchiamo acqua da bere, ma io  ho bisogno di qualcosa di forte.  Un bar aperto. Chiedo una vodka. Bevo d’un fiato. Torno in strada. Ci spinge il rimbalzo delle notizie.  Sigarette accese fumate, spente riaccese. 

Non ci sono i telefonini, non c’è internet, non  ci sono gli smartphone. C’è il collega che ti dice che ha sentito da uno che a sua volta  ha sentito che forse a tal posto sta accadendo qualcosa.

Palazzo di giustizia, dentro è come fosse giorno…..

Siamo finiti su una strada che non capisco quale sia. Ha un nome certo,  ma non lo leggo. Davanti ho un lunghissimo rettilineo. Dobbiamo andare in Prefettura. C’è un vertice con il capo della Polizia Parisi e il ministro Martelli… guardo il rettilineo per un attimo poi dico al cameraman di prendere la telecamera e di andare a piedi. Molliamo l’auto. Alzo gli occhi e il rettilineo è diventato un lungo serpente luminoso. Una lunga teoria di fari. E poi l’intermittenza dei lampeggianti azzurri.

“Che cos’è?”

“Non lo so …gira… gira tutto…gira.. gira”