Dal 17 luglio 2013 sono quindici gli Stati ad aver introdotto il matrimonio gay all’interno del loro ordinamento: grazie al via libera della Regina Elisabetta II, che in meno di 24 ore ha apposto il sigillo reale alla legge parlamentare, anche il Regno Unito entra nel novero di questi Paesi (per approfondire il sistema legislativo previgente, consulta la nostra presentazione).

La paternità della riforma è di sicura attribuzione: David Cameron, Primo Ministro inglese Tory, protagonista di una battaglia volta a rendere il matrimonio gender-neutral, giocata non solo sul piano dell’opinione pubblica, ma anche all’interno del suo stesso partito. E pare che la sfida risieda proprio nell’affermare che il matrimonio omosessuale sia una “cosa di destra“: ‘Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore, ma in quanto conservatore’, la celebre frase pronunciata al congresso del partito, e ancora ‘I conservatori credono nei legami che ci tengono insieme: la società è più forte quando ci scambiano promesse’.

Altrove cos’è successo? Riducendo il perimetro della ricostruzione al matrimonio gay- non anche alle unioni civili- e ai confini del Vecchio Continente, forse evitiamo buona parte delle critiche sulla “disaffinità d’innesto” tra alcuni Paesi, piuttosto diversi per tradizione giuridica (es. Usa), e il nostro. Gli stati ad aver legalizzato il matrimonio gay in Europa ad ora sono 10 e tra questi è presente un sottogruppo formato da Francia, Spagna e Portogallo in cui la sinistra ha avuto il ruolo di centro propulsore della riforma: in Francia è stata una delle poche vittorie di Hollande, in Spagna il fiore all’occhiello del Governo Zapatero e della rinascita ispanica, in Portogallo è il Partito Socialista di José Socrates ad approvare il disegno di legge nel dicembre 2009 – dopo una lunga campagna elettorale imperniata sui diritti civili in favore degli omosessuali – con il fermo appoggio dell’estrema sinistra e dei Verdi. Se proseguirà sul selciato tracciato (le proposte di legge provengono infatti dall’area Sel e da alcuni esponenti Pd- finora tutte insabbiate, sia chiaro), l’Italia si candida ad entrare in questo sottogruppo.

Nei Paesi Bassi, i primi in assoluto ad introdurli, le cose andarono diversamente: la maggioranza con cui venne approvato il disegno di legge nel 2000 ricomprendeva tutte le forze parlamentari –di destra e di sinistra– eccezion fatta per i Democratici Cristiani, un partito d’ispirazione cristiana piuttosto singolare peraltro, principalmente focalizzato sui temi dell’integrazione interreligiosa.

Il Belgio, invece, giunse all’introduzione del matrimonio gay grazie a una proposta congiunta presentata da esponenti di ben sei partiti. Il primo, Vld è il partito di tradizione liberal conservatrice delle Fiandre, mentre Mr (Mouvement Reformateur) è il suo omologo nell’area francofona; allo stesso modo, Agalev rappresenta il partito Verde fiammingo ed Ecolo quello francofono. Come da buona tradizione seguono il Partito Socialista Vallone e la coalizione pro tempore tra Partito Socialista e progressisti fiamminghi (Sp.A- Spirit). Non mancò nessuno all’appello: partiti compatti e opinione pubblica plaudente.

In Svezia, non diversamente dai Paesi Bassi, sei le forze parlamentari a favore su un totale di sette: Partito di Sinistra, i Moderati, il Partito di Centro, Verdi, Socialdemocratici, Partito dei Liberali. Lungo il corso del 2007 l’opposizione dell’unico partito – quello dei Democratici Cristiani – venne progressivamente indebolita da una serie di eventi, quali la dichiarazione della Chiesa Svedese di accettare le celebrazioni same-sex ed il repentino cambio di opinione di due esponenti di spicco Dc. Il disegno di legge venne così approvato da una maggioranza schiacciante, comprendente altresì alcuni cristiano-democratici, nel 2008. In Norvegia, qualche anno dopo, fu il governo di sinistra ad avanzare la proposta di legge e ad incassare il sostegno del Partito Liberale e del Partito Conservatore: ne scaturì una riforma tra le più “illuminate” con facoltà per le persone dello stesso sesso di sposarsi con rito civile e religioso e per le famiglie omogenitoriali di adottare e ricorrere alla fecondazione artificiale.

Il 15 giugno 2012 fu la volta della Danimarca: la proposta avanzata dal ministro per l’”Uguaglianza e gli Affari Ecclesiastici” (ebbene sì), Manu Sarean, ottenne l’appoggio di tutti i partiti di destra e sinistra, eccezion fatta per il Partito dei Danesi, il partito cioè della destra nazionalista e populista, noto alle cronache per la sua ispirazione antieuropeista e l’ostilità verso gli immigrati. L’Islanda, in ultimo, introdusse il matrimonio per tutti con 49 voti favorevoli e zero contrari (7 il numero degli astenuti), fornendo l’ennesimo esempio di consenso trasversale: era il 27 giugno 2010.

Allora una domanda sorge spontanea: le unioni civili e i matrimoni omosessuali sono “cose di sinistra”? È cioè appannaggio dei soliti partiti di sinistra la lotta per il riconoscimento del matrimonio gay, dei suoi corollari giuridici e dei diritti civili in genere a favore della comunità Lgbt? È in tutta evidenza interesse della sinistra stessa dare una risposta negativa alla domanda per coinvolgere il maggior numero di forze politiche in campo, nonché interesse del centrodestra italiano capire qual è e qual è stato in passato il comportamento degli omologhi partiti europei per indagare e fare il punto sulla propria identità “liberale” e sconfessare -perché no- quanti affermano la sua anomalia e lontananza dai valori del Ppe. 

Nausica Palazzo