L’idea sembra presa da un programma elettorale: “Ricostruire il Partito Democratico partendo dal territorio”. Ma Open Pd – Next Generation non è solo una proposta da circolo cittadino, è un movimento fondato da cinque giovani amministratori locali, tutti under 30, decisi a “dare uno scrollone” al partito guidato da Guglielmo Epifani, “che passa troppo tempo a parlare di poltrone e troppo poco a discutere di problemi reali”. “Open Pd nasce dalla volontà di creare un momento di confronto con i cittadini, elettori del Pd e non, per comunicare a Roma cosa non funziona nel Partito Democratico – racconta Benedetta Maini, una dei cinque fondatori del movimento, nonché consigliere comunale di Agazzano, in provincia di Piacenza – le primarie, le elezioni regionali e le ultime amministrative avrebbero dovuto insegnarci che chiuderci in noi stessi è controproducente, anzi, è un fallimento. Eppure, a livello nazionale, il Pd dimentica i propri elettori e si perde nella confusione: il governo delle larghe intese, com’era prevedibile, non funziona, non si prende posizione su nessuna questione importante, si parla solo di congresso e di alleanze tra correnti per la spartizione delle poltrone. E ogni legame col territorio sembra essere stato dimenticato. Così non si può andare avanti”.

Per questo cinque giovani eletti tra le fila democratiche, Paolo Savinelli, Andrea Tagliaferri, Benedetta Maini, Federico Ratti e Andrea Zillani, tutti consiglieri comunali emiliano romagnoli, hanno deciso di dare vita a Open Pd Next Generation. Per ricostruire il Partito Democratico. Nulla a che vedere con lo sforzo partecipativo targato Movimento 5 Stelle, che preferisce la rete come arena di confronto, o con le proteste messe in atto da Occupy Pd, l’onda dissidente intestina al Partito Democratico formatasi in risposta alla bocciatura di Romano Prodi come Presidente della Repubblica, bocciatura messa in atto da 101 franchi tiratori seduti in Parlamento, e alla formazione di un esecutivo di larghe intese con l’avversario politico per antonomasia, il Pdl.

Lo scopo di Open Pd “è costruttivo”: mandare un messaggio a Roma e ricordare a Epifani&co. che “sono gli amministratori locali a dover fungere da esempio per i parlamentari”. “Alle ultime elezioni i cittadini ci hanno confermato la loro fiducia nel Partito Democratico. Anche perché quando un candidato, un sindaco o un consigliere comunale, viene eletto, poi sa che deve rendere conto delle proprie azioni alla cittadinanza. E di esempi virtuosi, in Emilia Romagna, ne abbiamo molti: come Filippo Fritelli, sindaco di Salsomaggiore, o Roberto Balzani, primo cittadino di Forlì. A Roma, invece, non funziona così. C’è chi si trova alla sesta legislatura, chi ormai della politica ne ha fatto il proprio mestiere”, chi ha dimenticato “le promesse formulate in campagna elettorale”. Ci sono due partiti distinti, secondo i giovani fondatori di Open Pd, ma quello che funziona, quello che costituisce una speranza per l’Italia in crisi è quello della “base”, ancorato al territorio.

“Il Pd non deve sottostare agli ordini di Daniela Santanché o di Silvio Berlusconi – continua la Maini – Ci sono delle priorità da affrontare per il bene del paese ed è ora di farlo”: Una riforma del lavoro e delle pensioni, e soprattutto una nuova legge elettorale. “Basta parlare di congresso” attacca anche Paolo Savinelli, consigliere comunale di Fiorenzuola “e soprattutto, basta avere paura di Berlusconi. Enrico Letta non può continuare a preoccuparsi delle esigenze del cavaliere, deve iniziare ad agire per sconfiggerlo politicamente”. “Il Pd oggi è troppo concentrato sul Pdl e troppo poco attivo nel dimostrare di avere un progetto politico. Va bene il ‘fare’ – spiega Savinelli – ma in una fase di stallo come quella che il Parlamento sta vivendo bisogna dimostrarsi autonomi. Perché i nostri eletti non bloccano a loro volta le Camere finchè le riforme che hanno promesso agli italiani non vengono discusse? Perché non si mostrano decisi quanto lo è il Pdl che difende Berlusconi?”.

Open Pd, spiegano i fondatori, “non è una corrente”, ma un movimento trasversale che comprende militanti “che hanno fiducia in chi, nel Pd, rappresenta la nuova generazione”: Matteo Renzi e Pippo Civati, soprattutto. “Loro sono amministratori locali prima che politici e hanno acquisito un’esperienza sul territorio fondamentale per poter governare il paese”. Non sono stati “calati dall’alto” come “alcuni parlamentari che oggi siedono alla Camera e al Senato”.

E’ da loro che il “Pd deve ripartire per cambiare il paese”: dal nuovo. “Negli ultimi 20 anni di treni ne abbiamo persi parecchi, recentemente, ad esempio, con i governi Monti e Letta – spiega Open Pd, ‘inaugurato’ ufficialmente il 16 luglio, in programma un incontro per i primi di settembre – governi che dovevano gestire fasi di emergenza ma che in realtà non hanno fatto, e non stanno facendo, assolutamente nulla. Un esempio? Tagliare i costi della politica. Nessuno ha ancora mantenuto quella promessa. Era ovvio che scegliendo l’alleanza con il Pdl ci saremmo trovati con i bastoni tra le ruote, ma bisogna reagire e trovare punti in comune con chi condivide le nostre priorità”. Come il Movimento 5 Stelle, che “sicuramente sarebbe più disposto a discutere con noi su temi come il lavoro, rispetto al Pdl”.

“Così com’è strutturato, il partito sta per scomparire. Siamo al capolinea, si scende. E allora prendiamo le energie dove ci sono in abbondanza, dalla società civile. Abbiamo più elettori che iscritti, bene, facciamoci aiutare da loro”.