Zamalek è la terza isola della sua vita dopo la Sardegna e l’Inghilterra. Un’isola-quartiere, nel bel mezzo del Nilo a Il Cairo, non distante da piazza Tahrir, il luogo simbolo della Rivoluzione del 25 gennaio 2011 contro l’allora presidente Mubarak . È stato durante un periodo vissuto qui che Nick Rivera, alias Michele Sarti – polistrumentista cagliaritano diplomato in Corno Francese al Conservatorio di Cagliari e con una laurea in Filosofia – , ha concepito e scritto il suo secondo album intitolato Zamalek (Bel Netlabel). 
Composto da sette brani, è un disco “improvviso”, in bilico tra soluzioni hard e svisate psichedeliche, con una linea progressiva e alchemica per un suono sempre più stratificato. Quando sembra che stia lì a cullarti, la vivacità e i cambiamenti repentini riportano a una dimensione più caotica. Proprio come avviene in una città frenetica come la capitale egiziana, dove il caos della gente in strada, le auto, l’immondizia e i gatti rappresentano la confusione post esplosione. “A Tahrir, in mezzo alla dinamicità di migliaia di manifestanti e a centinaia di poliziotti dietro il filo spinato, all’improvviso puoi scorgere la staticità delle tende di chi lì è accampato o dei venditori di cibo o scarpe o zucchero filato. Ecco, il mio disco vorrebbe provare a essere tutto questo” – spiega Michele Sarti. E che il livello di ispirazione sia alto lo dimostrano brani come The Beast e The Wasp and the Butcher… and the Bird, con grandi sezioni strumentali e sconfinamenti stilistici, ispirati dalla bellezza dei luoghi. Intanto un ideale primo capitolo per una seconda vita, che si spera lunga e prolifica, è già stato scritto.  

Nick Rivera mi racconti di questa esperienza in Egitto? Com’è che hai scelto di andare a vivere lì e cos’è che ti ha dato questa esperienza?
La mia compagna si trovava lì per lavoro, così l’ho raggiunta vivendo un mese intensissimo. Ovunque andassi, qualsiasi tempio o moschea, deserto o mare visitassi, alla fine si rientrava sempre a Zamalek, dove lei viveva. Un’isola quartiere non distante da piazza Tahrir. Il Cairo sembra una città bombardata e bombardante di stimoli allo stesso tempo;  il caos della gente in strada, il mercato, tutto è confusione post esplosione. A me hanno sorpreso la vivacità e i cambiamenti repentini, le rivoluzioni giornaliere che sembra compiere questa città. Il caos del suq veniva interrotto all’improvviso dalla calma dei caffè dove si beveva il tè e fumava la shisha. Nel mio disco provo a evidenziare una serie di opposti che ai nostri occhi occidentali sembrano assurdi ma lì sono realtà quotidiana. Tutti  elementi che mi hanno condizionato nella composizione dei brani, nelle loro atmosfere. Dormire nel deserto, visitare il Monte Sinai, immergermi nel Mar Rosso mi ha permesso di vedere delle cose bellissime, di incontrare persone diversissime e in parte anche di rivedere il mio stile di vita.

Cos’è che vorresti che chi ascolta il tuo disco recepisca? 
Mi piacerebbe vedere il sorriso sul volto di chi mi ascolta. Vorrei si fosse capaci di rallentare, di farsi prendere a braccetto, mettendo momentaneamente le aspettative da parte. Staccare dalla vita quando si sentono le prime note di The Beast. Zamalek è un disco ‘improvviso’,  in più è cantato per la maggior parte, urlato, isterico a momenti e ciò mi rende ancora più curioso di conoscere quali saranno le reazioni di chi lo avrà fra le mani. Mi piacerebbe infine che chi ascolta Nick Rivera percepisse il suo respiro internazionale.

Molto bello e interessante anche l’artwork del disco. Mi spieghi il progetto dal punto di vista grafico?
Alcuni brani di Zamalek sono antecedenti a Happy Song ma sono stati rimodellati in base al Nick di adesso che vive in Sardegna. Ora  il mio modo di comporre è più verticale e sismico, meno lineare e più di rottura.  In questo senso anche  la plastica, che quasi sempre è presente nelle cover dei dischi, non mi rappresenta. La plastica infatti, non è modificabile senza cambiamenti  e interventi importanti, senza che diventi totalmente altro. La puoi bruciare, ma fa puzza e inquina. La scelta del cartoncino invece è in linea con l’idea di possibilità di cambiamento dialettico che conserva ciò che c’era prima, della possibilità di modifica naturale delle cose. È così che vedo la mia musica. Il Carbonauta, alias Alberto Spada, che ha curato l’artwork è un disegnatore che in questo disco mi rappresenta in pieno perché ha saputo cogliere l’insieme di questi elementi.