Pochi giorni fa, a Londra, sei ragazze hanno scalato il grattacielo più alto d’Europa per accendere i riflettori su Shell e ricordare a tutti quanto sia pericolosa per l’Artico. Un’impresa eroica che ha fatto il giro del mondo portando allo scoperto gli assurdi piani dell’azienda anglo-olandese in cerca di petrolio a latitudini estreme. A ricordarci la pericolosità dell’italiana Eni, invece, non è stata un’impresa memorabile, ma gli incidenti che nell’ultimo mese hanno coinvolto Gela, Taranto e il Congo.

La lista nera di Eni si apre lo scorso 4 giugno quando Gela finisce sui giornali con la notizia di una macchia di petrolio che dilaga nel mare siciliano a causa del mal funzionamento di una valvola di sicurezza. In seguito, un operaio denuncerà l’assenza di manutenzione e l’impianto sarà posto sotto sequestro per un’inchiesta per disastro colposo e danneggiamento aggravato.

L’incidente, però, non scoraggia la compagnia che, proprio sullo Stretto di Sicilia, continua ad avanzare pretese. Estrarre petrolio in quest’area costituisce una seria minaccia per l’ambiente, la salute umana e per le attività economiche che dipendono dal mare, come la pesca e il turismo. Ma il cane a sei zampe non sembra preoccuparsene.

Ed ecco che puntuale arriva il secondo incidente. È il 2 luglio, la piattaforma della Saipem, controllata dell’Eni, affonda al largo delle coste del Congo.

L’incapacità della Saipem di gestire una trivellazione a 40 metri di profondità in Congo certo non ci dà alcuna garanzia sulle trivellazioni nel Mediterraneo, dove i metri sono ben 700. Eni però continua a presentare richieste di trivellazione nei nostri mari.

Negli Studi di Impatto Ambientale presentati dall’azienda per farsi autorizzare nuovi pozzi esplorativi nel canale di Sicilia l’eventualità di ulteriori possibili incidenti risulta essere minimizzata, se non addirittura ignorata. Nonostante le gravi carenze e i ripetuti disastri, la Commissione di valutazione di impatto ambientale (VIA) ha già autorizzato progetti di trivellazione dei giacimenti Cassiopea e Argo nel Canale di Sicilia, e ora si accinge a valutare la richiesta su Vela 1 nella stessa area.

Che di Eni non possiamo fidarci non siamo solo noi a dirlo.

La sua reputazione era già stata messa a dura prova lo scorso settembre quando, a seguito dell’incidente della piattaforma Scarabeo 8, le autorità norvegesi avevano chiesto a Saipem di rivedere “la gestione dei processi” e di “applicare misure che garantiscano la conformità con i requisiti relativi a salute, sicurezza e ambiente, alla compagnia in generale.”

Proprio mentre ci accingevamo a inviare le nostre segnalazioni al ministero dell’Ambiente ecco che una settimana fa ci giunge la notizia di un terzo disastro: lo sversamento di petrolio di una raffineria di Eni a Taranto provocato da un temporale.

Come sempre l’azienda chiude la vicenda dichiarando che la situazione è sotto controllo, che non si è trattato di un’emergenza e che non vi sono state ripercussioni sull’ambiente.

Il cane a sei zampe continua a millantare procedure e standard di sicurezza elevati ma la lunga serie di sventure dimostrano il contrario.

Al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando abbiamo chiesto di intervenire per assicurarsi che i progetti di Eni vengano valutati in modo attento e indipendente, soprattutto laddove i rischi per l’ambiente non vengono assolutamente considerati.

Inoltre auspichiamo l’avvio di una vera e propria pausa di riflessione sulla “corsa al petrolio” che sta assediando lo Stretto di Sicilia così come buona parte dei mari del nostro Paese.

Grazie alle richieste di Greenpeace e delle associazioni locali, la Regione Sicilia ha avanzato la prima opposizione formale a un progetto di ricerca sulla costa siciliana, promettendo di organizzare un tavolo tecnico sulle trivelle in mare. Ad oggi però nulla è stato fatto.

E mentre la lista nera di Eni si fa sempre più lunga, la domanda è: quanti altri disastri dovranno ancora verificarsi prima che le istituzioni decidano di intervenire?

“Questo è solo l’inizio” avevano scritto sui muri a Gela. A meno che le istituzioni non facciano subito qualcosa, non resta che sfogliare le pagine dei giornali in attesa dell’ennesima notizia di un nuovo disastro.

di Cristiana De Lia: responsabile campagna Mare, Greenpeace

@CristianaDeLia