La Kyenge? E’ un po’ diversa da Naomi Campbell, ha un fisico diverso, è più bassina. Mi ricorda l’omino della Michelin, anche Belsito ci assomiglia“. Sono le parole di Francesco Speroni, europarlamentare della Lega Nord, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24. Il politico si esprime sugli insulti pronunciati dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli all’indirizzo del ministro Kyenge: “La battuta di Calderoli non è assolutamente razzista, anche Berlusconi è stato paragonato a un caimano, che è una brutta bestia. Bettino Craxi” – continua – “è stato definito ‘cinghialone’, Forlani veniva chiamato ‘coniglio mannaro’, un altro politico era paragonato a un topo. Nessuno ha parlato mai di razzismo”. E osserva polemicamente: “Se Calderoli avesse detto che la Kyenge era un ippopotamo o una tigre, andava bene? I bianchi possono essere paragonati agli animali e i neri no? Questa è una bella tesi”. Speroni scodella poi un suo personale assunto sulla vicenda: “Non prendiamoci in giro: la ministra è africana, l’orango è un animale asiatico. Non c’è nessuna relazione tra l’origine della ministra e l’animale citato da Calderoli. Tra l’altro, l’orango non è neppure così scuro come il gorilla“. E ancora: “C’è una tale Naomi Campbell che viene normalmente chiamata “pantera nera”. Anche lei è di origine lontanamente africana. Però in quel caso” – prosegue – “si può usare il paragone con animali. Allora facciamo un elenco di animali positivi e di animali negativi”. L’europarlamentare del Carroccio scomoda addirittura Maurizio Crozza: “In un vecchia puntata di un suo show ha paragonato La Russa, che è stato ministro, a un babbuino. con tanto di foto. Fa il comico? E tutti gli insulti che i politici hanno fatto a me e alla Lega? Nessuno si è dimesso”. Speroni difende quindi il suo collega di partito, lanciando una poderosa stoccata ad Alfano: “Calderoli non si deve dimettere, si dovrebbe dimettere magari qualcun’altro, tipo quelli che deportano le bambine kazake. Quella è una cosa molto più grave degli oranghi e dei ministri” di Gisella Ruccia