A un certo punto, nel Paese, c’è sempre qualche tizio che si alza e tuona: “Basta con la dietrologia!”. Ecco, è il momento di dirlo chiaro e forte: quel tizio ha ragione. Basta con la dietrologia. Qui la davantologia basta e avanza, non c’è bisogno di oscure teorie, trame complicate, ghirigori, intrecci, doppi e tripli giochi, significati reconditi e complottismo selvaggio. Prendi il ministro dell’Interno. Il suo più grande successo nei tre mesi di governo è stato il ritrovamento della bicicletta che gli avevano rubato sul molo di Agrigento, un successo delle forze dell’ordine sospeso tra il vecchio neorealismo (ladri di biciclette) e il nuovo surrealismo (il ministro in persona che guarda le immagini delle telecamere di sicurezza per recuperare la sua bici). Poi, forse provato dal successo, il nostro eroico ispettore Clouseau si è placato, almeno fino al clamore del caso kazako. Ora, per salvare Angelino dalla sua ignavia e conservargli le sedie di vicepremier e ministro dell’Interno, si procede a una fitta tosatura di teste, accompagnata dall‘urlo belluino: “Chi ha sbagliato deve pagare!”. Detto da lui, fa un certo effetto.

Non serve alcuna dietrologia nemmeno per il triste caso di Emma Bonino, che non sapeva, non era a conoscenza, non dipende da lei eccetera, eccetera. Emerge dalle cronache che intorno alla villa dei kazaki c’era una specie di Onu: agenti segreti, spie, ex caramba assoldati dagli israeliani, quaranta poliziotti in assetto antisommossa di cui Angelino non sapeva. Insomma, mancavano solo i pellerossa, due difensori della Lazio e il batterista dei Nomadi e poi c’erano tutti. Il ministro degli Esteri non solo scende serenamente dal pero, ma dice anche che lei resta ministro. Perché? Perché da ministro potrà aiutare meglio madre e figlia rapite mentre lei era ministro. Andiamo, gente, con una simile davantologia, chi ha bisogno di dietrologie?

Eppure c’è sempre qualcuno che insiste, che cerca il complotto, che sa guardare “dietro”. Quando si scatena il putiferio per la volgarità razzista di Calderoli nei confronti di un ministro in carica, una delle tesi difensive è: “Si fa tanto clamore per distogliere l’attenzione dall’affare kazako”. Ben pensata, eh! Ma siccome c’è sempre una dietrologia della dietrologia, per qualcuno anche l’affare kazako sarebbe una specie di complotto per far fuori il mirabolante governo Letta. Come scrive il Corriere della Sera a proposito di Angelino nostro: “Sia nella sinistra antigovernativa, sia in quei settori del Pdl che inseguono una crisi di governo, lo si vuole abbattere per far crollare tutto”. Insomma, altro complotto. Non si chiede ad Alfano di andarsene perché è inetto (e quindi, in quella posizione, pericoloso), ma per far cadere Letta. Insomma, altra dietrologia , questa volta al confine con il surreale: meglio tenersi un ministro incapace, se no cade il governo che ha come vicepremier un ministro incapace, Comma 22. E infine, per tentare di placare le acque e cadere in piedi, si butta sul tavolo l’italianissima carta della cialtronaggine, estrema ratio della difesa. È una cosa che funziona da secoli e suona più o meno così: noi non siamo cattivi, siamo solo molto scemi. Non è che facciamo rapire i rifugiati con azioni illegali, è che eravamo distratti. Non è che siamo luridi razzisti indegni di un consesso civile, no, siamo solo un po’ leggerini quando facciamo i comizi. Ecco, dovrebbe bastarci, come consolazione. Se no cade il governo Letta, un lusso che – dicono – non ci possiamo permettere.

@AlRobecchi

il Fatto Quotidiano, 17 Luglio 2013