La cosa davvero sconcertante non è tanto che Calderoli abbia accostato la ministra Kyenge a un orango, quanto che le persone che lo stavano ascoltando non l’abbiano subito fischiato e subissato di “buh!”. Sì perché un cretino razzista, tra mille individui, può sempre saltar fuori. Ma mille su mille – giuro – non me l’aspettavo. Eppure sbaglio a meravigliarmi, perché Calderoli, nella Lega, non è un militante qualsiasi ma uno dei massimi rappresentanti nazionali (e lasciamo perdere, qui e adesso, la circostanza che ne fa, incredibilmente, anche un rappresentante delle istituzioni repubblicane). Laddove c’è uno solo che rappresenta, tanti altri ne sono rappresentati. Pertanto è inutile fare finta che il problema abbia un solo nome e cognome, quando sappiamo bene che è molto ma molto più ampio dei confini sconfortanti di quella specifica persona.

Pregiudizio, ignoranza e violenza (evito, qui, di usare il sostantivo intolleranza, visto che le persone non sono né sostanze urticanti né qualcosa da sopportare, ma soggetti preziosi da rispettare e, a voler dare ascolto al Vangelo, amare come noi stessi) attraversano la nostra società come una corrente elettrica. Pochi sembrano esserne davvero immuni. Molti commentatori, nei talk e nei tg hanno sottolineato come Calderoli abbia “offeso un ministro” quando quel che davvero offende non è che abbia accostato un ministro a una scimmia, ma una donna di colore, rinverdendo subdolamente quell’odioso adagio ottocentesco (sostenuto anche pseudoscientificamente) che voleva i neri come biologicamente intermedi tra bianchi e scimpanzé. Un giornalista del calibro di Filippo Facci, per amor di polemica, si è spinto a sostenere che in fondo in fondo una certa somiglianza tra la Kyonge e l’orango se vai a vedere c’è, equiparando l’insulto di Calderoli agli epiteti tipo Trota o Nano indirizzati costantemente a Renzo Bossi e Berlusconi senza peraltro destare il minimo scandalo. Calderoli stesso sulle prime si era difeso dicendo che non aveva voluto esprimere un giudizio razzista ma estetico. Quello che non si capisce, o si fa finta di non capire, è che i varesotti (Renzo Bossi è nato a Varese) non sono mai stati indicati come una particolare razza o etnia intermedia tra l’uomo e i salmonidi né tantomeno ci si è mai sognati di identificare nei milanesi una razza di mezzi gnomi. Invece, accostare una persona di colore a una scimmia dopo aver ripetuto che i congolesi se ne dovrebbero restare a casa loro appare un atto dall’indubbio carattere razzista.

La cosa buffa è che poi tutti giurano di non essere razzisti. E io, il più delle volte, ci credo. Ma il punto è che non è necessario essere razzisti per favorire un clima razzista. Basta non opporsi al razzismo con la necessaria intransigenza.

Se non esercitiamo la dovuta resistenza il razzismo tende a dilagare serpeggiando tra di noi, sibilante e velenoso. Striscia la sera a tavola davanti alla tv e il giorno tra i banchi di scuola, sui banconi dei bar e tra le scrivanie degli uffici. Appena se ne presenta l’occasione spunta sempre qualcuno pronto a tirar fuori l’aneddoto degli zingari presi in flagrante a rubare ma subito rilasciati (quando invece gli italiani marciscono in galera per molto meno), oppure la storia degli ebrei, tutti ricchi, tirchi e cospiratori, che controllano le banche e affamano i popoli, per non parlare dei cinesi, spietati sfruttatori che comprano i negozi di interi quartieri progettando l’invasione del mondo libero “dall’interno”.

Il fatto che di tanto in tanto un qualche fatto di cronaca possa apparire come conferma di tali dicerie dimostra soltanto quanto il pensiero razionale e, più in generale, l’intelligenza siano scarsamente diffusi nonostante la scolarizzazione di massa. Utilizzando gli stessi standard di ragionamento aneddotico potremmo sostenere che gli abitanti di Milwaukee sono soliti fare a pezzi i vicini, insacchettarli nel freezer e mangiarli poi con comodo o che i fiorentini, di norma, uccidono le coppiette che si appartano ad amoreggiare. E qui la smetto, perché non vorrei fornire troppi spunti ai tanti idioti in circolazione.

Vale però la pena soffermarsi sui meccanismi e sulle cause di questa idiozia dilagante. Cominciamo dai meccanismi, che sono più semplici. Infatti, il più delle volte si tratta di un’inappropriata cognizione dei rapporti di causa-effetto. Per esempio, avete mai sentito qualcuno sostenere che le persone di colore hanno un cattivo odore? A me è successo. Innanzitutto cattivo è un aggettivo molto connotativo (implicazioni soggettive variabili) e per niente denotativo (implicazioni oggettive invariabili): insomma, dipende dai gusti, che variano non solo da cultura a cultura, ma notoriamente da persona a persona. (Per esempio, da astemio totale, laddove il sommelier individua un delizioso aroma io percepisco soltanto una puzza nauseabonda). Inoltre viene attribuito alla biologia qualcosa che, qualora si verificasse, dipenderebbe soprattutto dalle abitudini alimentari e dalle circostanze (scarsa igiene dovuta a estrema povertà o semplicemente all’aver sudato per lavoro) e non da presunte differenze biologiche. Insomma, semplificando brutalmente, il meccanismo consiste nel trasformare arbitrariamente una percezione connotativa in denotativa, scambiando quel che è relativo per assoluto.

Ma perché ci lasciamo abbacinare tanto facilmente da questo meccanismo? In altre parole, quali sono le cause di questa xenofobia? Ecco, qui le cose si fanno più complesse, per non dire fumose. Le teorie sono tante e chiamano in causa la competizione sessuale, quella economica e culturale. Più in generale potremmo parlare di “paura della contaminazione”, del timore di essere “corrotti” da quel che è diverso e altro da noi, di vederci insidiati nelle nostre posizioni di agio e di comfort da qualcuno che non appartiene al branco.

Questo (basso) istinto, che altrove viene combattuto e ripudiato con le armi dell’indignazione e dell’intelligenza, sia razionale che emotiva, da noi viene incredibilmente tollerato. Come scrive John Foot sul Guardian, non siamo un paese razzista, eppure i razzisti, più di tanto, non ci inquietano. Permettiamo che arrivino a rappresentare le istituzioni, consentiamo che i loro fiancheggiatori, sempre eletti nei parlamenti nazionali o regionali, dichiarino impunemente che a sentirsi offeso dovrebbe essere l’orango. Di fronte a tutto questo non battiamo ciglio.

Certo, ci indigniamo su Twitter e Facebook, magari lanciamo anche una petizione online per chiederne le dimissioni, ma tutto lì. E pensare che quando la Nazionale vince ai quarti di finale invadiamo le strade a migliaia o che se la squadra di casa retrocede in Prima Divisione alcuni di noi sono capaci di mettere a ferro e fuoco una città. Winston Churchill degli italiani diceva che “affrontano le guerre come fossero partite di calcio, e le partite di calcio come fossero guerre” e indubbiamente si trattava nient’altro che di un odioso pregiudizio. Eppure noi ce lo siamo lasciati dire, ne abbiamo riso, anche.

Ecco. Il vero problema di noi italiani non è che siamo intolleranti ma che siamo troppo tolleranti. Sì, è proprio così. Troppo tolleranti. Ma solo con i razzisti.