Quando si è costituito il governo delle larghe intese (secondo alcuni commentatori dell’inciucio), i più noti politologi nazionali si sono cimentati nella bizzarra ricerca di precedenti storici. Si è cominciato con il governo di unità nazionale presieduto da Andreotti e si è arrivati, con vero e proprio sprezzo delle discipline storiche, fino alla svolta di Salerno operata da Togliatti nel 1944.

Sempre sulla linea della historia ad usum Delphini, si è aggiunto che il governo Letta costituiva l’inizio della “pacificazione” dopo una lunga guerra civile (suppongo lunga dal 1994, primo governo Berlusconi, fino a oggi). Qui l’ardire dei commentatori di regime raggiunge il suo acme, però, come spesso accade, rivela la verità che voleva, consapevolmente o meno, nascondere. Infatti, non solo non vi è alcuna pacificazione, ma la guerra civile continua più accanita di prima, anche se la maggior parte dei resistenti  si è alleata conta con il nemico contro  i suoi ex compagni.

Cerchiamo di ricostruire sommariamente la vicenda di questa guerra. Se è vero, come ritengono gli storici più autorevoli, che la Resistenza ebbe tre aspetti inscindibili, cioè lotta patriottica contro il tedesco invasore e i suoi alleati repubblichini, battaglia ideale antifascista e guerra civile rivoluzionaria, solo il primo aspetto si esaurì  il 25 aprile con la liberazione del nostro paese. Il secondo si pensò erroneamente essersi affermato, mentre il terzo riprese il suo aspetto fisiologico di lotta di classe.

Nel 1947, infatti, con l’inizio della guerra fredda, l’estromissione delle sinistre dal governo e il rafforzarsi dei rapporti privilegiati fra Italia e Stati Uniti, ripresero e non sempre in modo freddo, la lotta antifascista e la guerra civile. La restaurazione dell’ordine borghese fece sì che i fascisti sconfitti rialzassero la testa, tanto più che il governo utilizzava i vecchi arnesi del regime, rimasti ai loro posti nelle gerarchie burocratiche anche grazie all’amnistia voluta da Togliatti quando era Guardasigilli, e i giovani reduci di Salò nei corpi speciali della celere.

Nel clima cupo della guerra fredda, lotta antifascista e lotta di classe tornano a intrecciarsi per buona parte degli anni cinquanta. Episodi di guerra civile veri e propri si erano già verificati, in modo clamoroso nel 1948 in seguito all’attentato a Togliatti, altri si ebbero nelle piazze con gli scontri violenti fra polizia scelbiana e scioperanti egemonizzati dal partito comunista (basti ricordare i caduti di Modena). Ma la rivoluzione non rientrava nella strategia del partito comunista, che cercò sempre di contenere la lotta di classe nei limiti fisiologici del conflitto capitale-lavoro.

In questa situazione la battaglia antifascista con le sue implicazioni di classe (le sinistre erano state lo zoccolo duro della Resistenza e gli operai del nord avevano salvato le fabbriche dai Nazisti) assume la forma più concretamente realista di lotta per la difesa e attuazione della carta costituzionale, il risultato più avanzato della piattaforma democratica e antifascista che univa in un nobile compromesso il proletariato con la borghesia più avanzata. L’ampia unità popolare, ottenuta attorno alla Costituzione non impedì sciagurati rigurgiti fascisti, penso al governo Tambroni, ma il popolo, superando in combattività, la propria rappresentanza politica, fronteggiò vittoriosamente la situazione pagando un alto prezzo con i morti di Reggio Emilia.

L’affermarsi dell’arco costituzionale con la nuova maggioranza di centro-sinistra aprì una nuova fase di progresso per il nostro paese, ma i nemici dell’Italia risorta con la Resistenza diedero vita, con la complicità di “pezzi” dello stato allo stragismo e al terrorismo nero, al quale fece da controcanto il terrorismo brigatista quale risposta non solo perdente, ma oggettivamente alleata del fronte anticostituzionale.

Nonostante questo, si ebbe una felice stagione di riforme nello spirito e in attuazione della nostra Magna Charta: le Regioni, lo Statuto dei Lavoratori, il Sistema Sanitario Nazionale, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, ecc.  Ma ecco, negli anni ottanta, profilarsi la nuova minaccia, la cui onda lunga giunge disastrosamente fino ai nostri giorni: il flagello neoliberista che ha le sembianze di Reagan, della Thatcher e, nel nostro paese, di Craxi. La disgregazione sociale prodotta da questa restaurazione del potere dei ricchi contro i lavoratori assume nuovamente in Italia l’aspetto dell’attacco alla Costituzione. Non a caso cominciano le varie bicamerali e i vari tentativi, oggi in parte riusciti, di modificare la Carta anche nella sua parte riguardante i diritti.

Venendo ai nostri giorni, assistiamo alla violazione sistematica della Costituzione: l’imposizione da parte del Presidente della Repubblica del Governo Monti e di quello delle larghe intese, l’esautoramento del Parlamento, la moltiplicazione delle commissioni di “saggi” per riformare, in modo del tutto incostituzionale, la Costituzione. Tutto ciò con la complicità del Partito Democratico, che ha abbandonato la difesa della nostra Carta fondamentale per collaborare con i suoi nemici.

Nonostante l’enorme superiorità delle forze avverse, la guerra civile continua, i partigiani della Costituzione restano idealmente sui monti e la Resistenza prosegue nel nome dei Calamandrei, dei Dossetti, dei Terracini e degli altri Padri costituenti, avendo come punti di riferimento personalità quali Rodotà e Zagrebelsky, nonché tutti coloro fermamente intenzionati a non consentire che la Carta uscita dalla Resistenza venga trattata come il fascismo trattò lo Statuto albertino.

La guerra civile oggi è una battaglia di civiltà contro un governo nemico della Costituzione appoggiato da una maggioranza così larga da comprendere anche gli eredi della repubblica di Salò.