Frank Serpico il celebre poliziotto italo-americano ispiratore dell’omonimo film con Al Pacino diretto da Sidney Lumet nel 1973 – intervistato da Beatrice Borromeo sul Fatto di ieri, rivela che, nonostante i suoi 77 ben portati, specie per uno che ben conosce la corruzione ai vertici della polizia americana, a Serpico non rimane che prender atto che la sua strenua lotta si è rivelata vana. E ora, dopo esser riuscito a ottenere l’agognato passaporto italiano, può ri/vendicare le sue origini: “Da bambino le suore storpiavano il mio nome, mi chiamavano Francis e io l’odiavo. Ora non potrà farlo nessuno [perché] io sono Francesco Serpico” tout court.

Ma se “è stata l’America a renderla un eroe celebrato in tutto il mondo”. “Ah sì? (…) il museo della polizia di New York si è rifiutato di esporre il mio distintivo… Significa che non è cambiato nulla!

E ancora Serpico, dopo aver indicato ne il Caimano la punta dell’iceberg della corruzione politica made in Italy, ritiene è che noi italiani s’abbia bisogno di una rivoluzione alla francese. Per “combattere questi criminali che si sentono intoccabili, che delinquono dai vertici riparandosi dietro ai propri ruoli: che siano cardinali, capi di stato o di governo”. Una rivoluzione ancora da venire visto & considerato che i popoli italici non fanno rivoluzioni, manco quella industriale quand’era tempo, né la riforma protestante, limitandosi invece a subire la contro/riforma sancita dal Concilio di Trento.

Ma “lei che è sempre stato contro corrente da chi ha incassato solidarietà?”. “Non certo dai colleghi – trincia Serpico – ero molto rispettato dai mafiosi: ‘Non abbiamo niente contro di te, non sei una faccia di merda come gli altri’, mi dicevano. L’onore in questo lavoro contava e conta”.

Quale onore? Quello di poliziotti come Serpico o quello dei malavitosi d’antan, ovvero degli uomini di parola, che è anche l’omonimo titolo dell’ultima performance di Al Pacino, di Cristopher Walken e Alan Arkin, i tre stupendi interpreti, diretti da Fisher Stevens, di altrettanti old criminals pregni di codici etici, dei quali non era di certo dotata quella cinquantina di energumeni travestiti da poliziotti o viceversa, che irruppero nella stanza di Alma Shalabayeva – la moglie di Mukhtar Ablyazov, dissidente e bancarottiere kasako – secondo la quale “i sequestratori sembravano mafiosi e mi dicevano: ‘sei una puttana russa’ “, prima di rimpatriarla in un paese non dissimile dal nostro, dove i confini tra mafiosi e non, già incerti scemano fino a dissolversi del tutto.

L’eroina dell’indignazione è Lucrezia de Domizio Durini mecenate, operatrice culturale internazionale, editore della rivista Risk, la cultura come rischio, nonché riconosciuta musa dell’artista tedesco Joseph Beuys – la quale, dopo 40 anni di militanza nel milieu dell’arte con/temporanea, esce allo scoperto con Perché, le sfide di una donna oltre l’arte, (Mondadori) con questo incipit: “Scrivo da Parigi (…) nel cuore della Ville Lumière (…) lontana da un’Italia che non amo più”.

In soldoni, LDD detesta il sistema socio-politico nonché l’art system nostrano, costituito da “circoli chiusi provinciali”, dominati da “critici venduti” che riciclano le stesse mostre e le sempiterne Transavanguardie & Arti povere così/dette, “come non accade in nessun altro paese europeo” e via cantando. Due giorni fa, Giancarlo Politi direttore di Flash Art, lamentava “la quasi totale latitanza degli artisti italiani giovani o di mezza età dalle principali rassegne internazionali e dalle grandi mostre museali (…) oltre che dalle gallerie più autorevoli” & chi più ne ha più ne metta.

La cosa che ha fatto traboccare il vaso già ricolmo di una donna come LDD – meglio perderla che trovarla, come si direbbe in Toscana – dopo una quarantennale attività coincisa con il rifiuto da parte di cinque musei italiani, di accettare la donazione dell’opera che l’artista tedesco Joseph Beuys aveva realizzato presso la di lei magione di Bolognano, nei dintorni di Pescara, Italy. Una donazione di 300 opere di rilevante valore che la Kunsthouse di Zurigo, il museo svizzero per eccellenza, ha invece accolto a braccia spalancate, come qui testimoniamo in qualità di partecipanti alla cerimonia celebrativa del maggio 2011.

Andate via, da questo paese compromesso – rincara la Durini in diretta su Rai 3 Suite – perché non c’è più nessuna possibilità di ritornare a vivere in un paese in cui non un solo politico ha nominato la parola culturaPerché è il sistema politico che va cambiato”.

Come si vede la denuncia del già poliziotto Francesco Serpico e quella di Lucrezia di Domizio baronessa Durini, nonostante i diversi ambiti di provenienza e d’arrivo, si completano a vicenda. Con tanto di esplicito ri/ferimento di LDD al nostro “Stato che laico non è”, Perché “La religione cattolica ha ridotto il nostro Paese a un mondo senza qualità. Ogni nazione ha i propri problemi endemici e l’Italia ne ha due, Vaticano & Mafia, e inoltre, da oltre 80 anni abbiamo politici corrotti”.

D’accordo anche su questo punto, pur ribadendo che alla Mafia con la m maiuscola, si affiancano innumeri mafie & mafiette con le m minuscole – corporazioni & camarille annesse & connesse – in quasi tutte le arti e i mestieri, che rendono insopportabile la vita di noi tutti. Ragion per cui riteniamo che il problema sia politico che antropologico, cioè culturale in senso lato.

Se Bertolt Brecht poteva affermare: “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”, a noi pare che il globale andazzo, osteggi più che mai questa speciale attitudine ormai in stato di estinzione prossima ventura.