I nostri media (tv, giornali) parlano di Afghanistan solo quando “ci scappa il morto”. Bene inteso non voglio mancare di rispetto a tutti i militari che sono laggiù, ma ai nostri media di parlare del “day by day” afgano proprio non interessa.

Così ho pensato di parlarne io. Tempo fa sul blog del fatto, dove parlavo di sviluppo internazionale, ho “conosciuto” Marco Valentini, un civile “da assalto”. Non parlo di militare, ma di civile. Il suo compito è focalizzato sulla Readiness e capacity building. Per parlar chiaro se c’è un problema, lui prova a metterci una pezza e far funzionare il sistema. Ovvio non è un mago, lui si occupa della parte pianificazione e comunicazione, altri svolgono differenti mansioni. E’ di recente tornato da Kabul e mi ha descritto una realtà di cui ero ignorante.

La cosa che mi ha colpito è questa: in Afghanistan ci son da fare molti affari, ovvio posto che si abbia la voglia (astenersi imprenditori pigri dal leggere oltre).

Kabul vive un boom nell’edilizia. Soprattutto nella parte ovest della città. Tutto il settore privato è in crescita veloce, tra centri commerciali, edifici privati, e uffici (governativi e privati). Una parte dei soldi arriva dalle organizzazioni internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) ma una buona fetta deriva da investimenti privati”. Attacca Marco. “Le infrastrutture civili come strade, ferrovie, impianti energetici, controllo delle acque, argini, dighe sono in pieno sviluppo”. La domanda sorge spontanea chi paga? “Per i progetti civili il governo tramite fondi internazionali, spesso gli appalti sono vinti dalle compagnie americane o inglesi, le uniche nazioni occidentali che qui stanno facendo soldi. Le grandi aziende americane sono anche attive nelle prospezioni minerarie, l’Afghanistan è ricco di giacimenti minerari e di idrocarburi.” Quindi grandi progetti per grandi aziende appartenenti a stati che han riportato ordine e democrazia nel paese. Mi sembra coerente. E il piccolo business, diciamo il dettaglio?

“I negozi per la gente comune, industria leggera e manifatturiera sono divisi tra gli afgani che son tornati dalla diaspora, preparati, con soldi e che han mantenuto un network, han saputo ricreare un ambiente economico florido e in rapida crescita. I finanziatori di questi progetti oltre agli afgani sono pakistani, uzbeki, iraniani, tagiki. Insomma i vicini di casa”.

E cinesi e indiani che fan di bello stanno a guardare? “I cinesi spesso sono presenti ma con un socio di comodo che crea una limited qui con i soldi cinesi, anche loro son nel settore della vendita a dettaglio, piccole infrastrutture e edilizia privata. Gli indiani invece han monopolizzato, comprando a kg, l’industria mineraria estrattiva delle pietre semi preziose e preziose. Lasciano qui le briciole e il resto lo portano a sgrezzare e tagliare in India. In cambio però” – dice ironico Marco – “il grosso della programmazione televisiva locale, grazie alle parabole, è indiana. Gli afghani vanno pazzi per Bollywood, lo vedi come si vestono o come parlano le donne qui.”.

E il settore privato come si muove? “Il settore della trasformazione dei prodotti agricoli cresce veloce. Manca tutto quindi di solito i macchinari sono acquistati dai cinesi che li vendono a poco paragonati ai macchinari italiani. Esiste un’industria di gelati fuori Herat che riesce anche a esportare in altre nazioni vicine. “

E in tutto questo l’Italia che fa? Qualcosa combiniamo anche noi, mi auguro dialogando con Marco, ma quasi subito stronca le mie speranze. “ L’Italia ha qui il 4° contingente militare per importanza della regione. I genieri hanno fatto opere stupende per la logistica (costruendo per esempio scuole), spesso miranti a stabilizzare la regione e rendersi amici dei locali. In questo il nostro esercito svolge un ruolo eccellente. Non si può dire lo stesso delle nostre Ong. Spesso sono soggette a problemi di bilancio, con un rotazione di personale qualificato troppo rapida (meno di 6 mesi). Gli esperti che arrivano qui dall’Italia capiscono presto che le Ong italiane sul luogo sono missioni poco operative e appena possono si sganciano e vanno a lavorare per Ong straniere più solide e strutturate.”Spero almeno che le nostre aziende siano presenti ma “qui di aziende italiane importanti non si vede l’ombra. Certo ci sono alcuni importatori indipendenti che comprano mobili, tappeti, ma nulla su media o grande scala. È un peccato perché l’Italia qui è vista molto bene, specie per i prodotti edili come le ceramiche, le piastrelle. In più il nostro settore per la costruzione d’infrastrutture ha una grande esperienza nelle opere civili legate alla gestione delle acque ma, non so per quale ragione, qui non si vede ombra d’italiani.”. Conclude Marco.

Ho preferito dar spazio a lui che è stato là in missione piuttosto che star a discutere e far analisi da qui. Una cosa è certa, noi italiani abbiamo investito ingenti quantità di denaro per mandare là i nostri soldati che rischiano la vita tutti i giorni. Forse, senza voler avere la presunzione di conoscere il mondo, sarebbe opportuno che anche i nostri imprenditori, magari in scia a missioni governative per lo sviluppo, cercassero di ricavarsi una nicchia per i nostri settori di punta.

O forse è meglio così: noi mettiamo gli uomini, i mezzi, il sangue dei nostri soldati, in pratica gratis quasi che fosse una nuova “missione in Crimea” e, perdonate il cinismo, a guadagnarci son il resto del mondo. 

Twitter @enricoverga