Nelle fotografie Vancouver è una palla di cristallo, di quelle in cui cade la neve se le rovesci, e in cui luccica una città dalle linee perfette, pulitissime: “E’ un altro pianeta, dall’Italia è impossibile da immaginare. La gente saluta e ringrazia il conducente quando scende dall’autobus, non lo avevo mai visto”. Vanessa Giacalone ha 35 anni e gli ultimi 10 li ha passati a girare il mondo: Dublino, Tunisi, Kuala Lumpur, Bangkok. Negli intervalli ha provato a tornare a casa, a Trapani, magari per restarci. Non ci è riuscita e a fine 2011 si è fermata qui, nella British Columbia: “Sono partita allo sbaraglio, con un visto di sei mesi, e ora farò di tutto per restare”. Laureata in Comunicazioni di massa, un master in Relazioni internazionali, Vanessa vuole fare la documentarista, ma in Canada ha già trovato quello che cercava: “Non si emigra solo per trovare un lavoro o uno stipendio migliore: lo si fa per trovare un posto dove vivere meglio”.

La prima scadenza è agosto, quando dovrebbe arrivare il suo visto di lavoro. “Ottenerlo è difficilissimo. Il modo più semplice è avere uno sponsor che ti voglia assumere. Oppure se sei un highly skilled worker, devi controllare sul sito del governo che il tuo profilo sia tra quelli richiesti, altrimenti è inutile fare domanda. Ma ne ha diritto anche chi sposa o convive con un canadese. Il mio ragazzo è italiano, vive qui da 5 anni: conviviamo e per lo Stato siamo una coppia di fatto solo per aver unificato la dichiarazione dei redditi. E lo stesso vale per le coppie omosessuali”. Fino ad agosto Vanessa non può lavorare, la legge non glielo consente. Nell’attesa, fa la volontaria al Vancouver Aquarium, tra i più belli del pianeta. “Gestisco un database con i profili degli oltre mille volontari che lavorano con me”. Vanessa si sente considerata un “bene essenziale”: “In Canada i volontari sono apprezzati. Chiunque abbia del tempo libero, dai professionisti agli operai, si dedica al sociale, mette ciò che sa e ciò che sa fare a disposizione della comunità. Un circolo virtuoso che tiene in contatto le persone, che permette agli anziani di sentirsi utili e ai bambini con leggeri handicap di trovare un ruolo nella società. Il settore dei servizi, ad esempio, va avanti grazie ai volontari”. Un’attività così importante da essere considerata una marcia in più quando si cerca lavoro: “Nel curriculum non devi mettere l’età o il voto della laurea – continua Vanessa – qui le aziende guardano al tipo di volontariato che hai svolto: il ragionamento è che se sei capace di metterti al servizio degli altri, lavori meglio perché hai dedizione e sai collaborare con altre persone”.

L’Italia? E’ alle spalle, lontanissima: “Ho provato più volte a tornarci. La prima dopo la laurea nel 2004 per lavorare nel C.a.r.a. di Salinagrande (Centro accoglienza richiedenti asilo, ndr), a Trapani; l’ultima nel 2010 con il mio ex marito. Vivevamo in Tunisia, a casa dei suoi genitori. Lavoravamo in un call center della Tim. I giornalisti di Annozero fecero un servizio su di noi, sui laureati fuggiti all’estero che lavoravano per pochi euro l’ora. Ma lì quello stipendio ci permetteva di vivere”. Poi il ritorno in Sicilia: “Volevamo provarci, ma siamo rimasti un anno senza trovare uno straccio di lavoro. Anche andare in giro a cercarlo era diventato estenuante: ci ha mantenuti mio padre. Poi sono arrivate le botte, le corse in ospedale, i timpani rotti dagli schiaffi e dai pugni, la separazione. E io sono fuggita in Canada”. Un master in Relazioni internazionali a Kuala Lumpur, una borsa di studio di un anno all’Onu a Bangkok, l’ufficio stampa per Medici senza Frontiere: il curriculum è nel cassetto, pronto all’uso. Il futuro non fa paura, perché le opportunità di lavoro ci sono e se hai delle idee c’è sempre qualcuno che ti ascolta. “E poi c’è mobilità sociale, quella buona: in un anno all’acquario ho visto cambiare tutti i manager, tranne uno: hanno trovato posti migliori. Se sei qualificato, qui il lavoro che fa per te lo trovi”.

La qualità della vita fa il resto: il Canada è ai primi posti al mondo sia secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu che per il Better Life Index dell’Ocse: “Il salario minimo garantito è di 10 dollari l’ora. Il mio ragazzo fa il gruista, si guadagnano tra i 30 e i 35 dollari l’ora. E il welfare è sviluppato: per la sanità ci sono le assicurazioni private, ma una piccola quota presa ogni mese in busta paga dà diritto a quasi tutte le cure pubbliche”. E poi c’è la dimensione sociale: “Nella vita c’è anche il rapporto con gli altri, il sentirsi parte di una comunità in cui si viene rispettati”. Perché non si emigra solo per il lavoro o per uno stipendio migliore: “Lo si fa per trovare un posto dove vivere meglio”.