Decimo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

I ciclisti sono gli sportivi più scaramantici. Se gli tocca correre di venerdì 13, fanno scongiuri o si affidano al santo protettore. Mario Cipollini, per esempio, teneva l’immagine di padre Pio incollata sotto il manubrio. Lo stesso vale se capita di correre al venerdì la tredicesima tappa: ci si sente, fin dal via, come sul filo del rasoio. Ti aspetti lo sgambetto del destino. Christopher Froome, oggi, era già dietro fin dalle prime pedalate, nel ventre del plotone, che di lì a poco, scosso dalle raffiche del cielo, si sarebbe disposto a ventaglio e in lunghe file ballerine. Da buon kenyota forse captava nel vento suoni di tempesta: quando tira vento non puoi dire bel tempo, dicono i contadini…una vecchia superstizione, inoltre, vuole che il tempo che fa il venerdì sia diverso da quello degli altri giorni. Insomma, a dar retta a certi segnali, tutto congiurava perché succedesse qualcosa d’imprevisto.

E puntualmente è successo.

La maglia gialla è rimasta intrappolata a metà plotone. O forse non aveva la gamba dei giorni scorsi. Risultato: non ha reagito in tempo. La Sky, il suo squadrone miliardario, ad ogni folata, perdeva i pezzi. Né, stavolta, ci sono stati alleati disposti a dargli una mano, pardòn, un allungo. Soprattutto, non al momento giusto. Il plotone non si è buttato con la foga necessaria a rincorrere Alberto Contador che se l’era filata via come una foglia strappata dalla furia del vento, e mica era solo, El Pistolero! Si erano mossi quasi all’unisono, i sempre più sorprendenti (e stupefacenti) olandesi Bauke Mollema e Laurens Ten Dam, e con loro l’agile Jakob Fuglsang, tutti insieme appassionatamente per rubare tempo al tempo, e a dare accelerazione ci si mettevano i velocisti Cavendish e Sagan e i loro scudieri, un gruppetto di quattordici assatanati che si metteva a rollare sempre più dannatamente, segno di un accordo e di un azzardo, proviamo a vedere se ci sta dietro, proviamo a sfiancarlo, proviamo a far girare le nostre gambe come rulli compressori, spianiamo la strada…

Alejandro Valverde, il secondo della classifica, ci lasciava i garretti e s’affossava in un ritardo pesantissimo (perderà dieci minuti): per lui, sogni di gloria in pattumiera. Non vincerà il Tour, difficilmente salirà sul podio. Gli ha tenuto compagnia Pierre Rolland, il francesino con la maglia a pois, quella che indica il migliore arrampicatore: ma è giorni, ormai, che Pietrino punta solo al Gran Premio della Montagna, non a caso è passato in testa sul non irresistibile Col de Crotz (quota 165 metri, sic, quarta categoria). Non parliamo, per carità di patria, di Damiano Cunego, sempre più lento, con distacchi imbarazzanti (si capisce perché la Lampre-Merida abbia guadagnato poche migliaia di Euro, sin qui…). L’unico a non approfittare delle circostanze è stato il colombiano Nairo Quintana, rimasto con Froome. Errore di gioventù: ma il pischello Quintana è uno scalatore puro, aspetta le rampe che puntano al sole.

Il finale di tappa è stato un calvario cronometrico per Christopher: a undici chilometri dall’arrivo perdeva quaranta secondi, a sette 53”, al traguardo un minuto e 09”, nonostante la scrollata dei velocisti ritardatari che sprintavano per raggranellare punticini. Ora, e per fortuna, il Tour si è improvvisamente riaperto. Contador ha avuto una reazione d’orgoglio: ha sempre sostenuto che ogni Tour lo si vince all’ultima settimana. Gli interessi dello spagnolo coincidono con quelli degli inattesi Mollema (ha addirittura sprintato, ed è arrivato terzo dietro Cavendish e Sagan!) e Ten Dam. Quintana avrà libertà d’azione sulle salite, mentre il suo capitano Valverde cercherà riscatto in un successo di tappa.

Froome resta il migliore, ma è dannatamente solo. Il gruppo che non lo aiuta significa una cosa: che ancora non lo accetta come padrone della corsa. Un’altra considerazione è che Froome non dispone di una squadra forte quanto quella dello scorso anno, con sir Bradley Wiggins. I suoi compagni gli sono davvero tutti devoti? O pensano che non si possono servire due padroni?

La maglia gialla dovrà dosare sforzi e cercare appoggi: la sua Sky è in evidente affanno. I banali 173 chilometri da Tours a Saint Amand Montrond, trasformati in un autentico percorso di guerra, degno della miglior tradizione bagarresca del Tour, ha visto attacchi, imboscate, fughe per la vittoria. E lo stillicidio degli uomini di Froome. Pensare che la “Guide Officiel del Tour 2013” aveva classificato la difficoltà di questa tappa con appena un asterisco, ossia il minimo sindacale: la più facile di questo centesimo Tour de France. C’era una logica, dietro: scandire la lunga vigilia dell’incubo di domenica, il Mont Ventoux con arrivo in cima, con innocue – apparentemente – marce d’avvicinamento. Doveva essere, non dico una scampagnata, ma l’ennesimo film per velocisti.

Siamo davvero felici, soddisfatti e rimborsati se ciò non è avvenuto.

Oh, intendiamoci. La volata c’è stata, eccome: principesca, una sfida diretta tra Mark Cavendish e Peter Sagan. Ha vinto alla grande l’inglese (ma ho avuto l’impressione che Sagan, al suo quinto secondo posto, lo abbia quasi lasciato andar via). Mark ha raggiunto a quota 25 vittorie di tappa il mitico André Leducq: fu campione del mondo 1924, conquistò due Tour, il primo nel 1930 a spese del nostro Learco Guerra, il secondo nel 1932 con il piemontesino Francesco Camusso terzo; in più trionfò in una Parigi-Roubaix. Ora Cavendish insegue Bernard Hinault (28 successi) e Eddy Merckx (34): ha ventotto anni ed è presumibile che ce la possa fare. Il suo obiettivo è arrivare primo agli Champs Elysées, una volata notturna. Champagne e Foliès Bergères, a festeggiare come un tempo i campioni di un ciclismo assai meno sofisticato e globalizzato usavano concedersi, per dare più senso ai propri sensi, nelle lunghe e peccaminose notti parigine.

Lettura consigliata: Maurizio Ruggeri, “Racconti brevi di fughe straordinarie”, Limina 2004, Quando la fuga è rincorrere la vita e i sogni. Non solo in bicicletta. Persino giocando sulla sabbia, una pista dove volano le palline Anquetil e Poulidor, sospinti da un concerto di soli fiati, e la risacca del mare.