Questo uno dei ritornelli, dati per dogma, quando si parla di musica dal vivo: il mondo si divide tra chi ha visto il Boss dal vivo e chi no. Bene. Ieri sera anche io ho scoperto l’altra metà del cielo. E ho la testa, le gambe (affaticate), l’adrenalina, gli occhi, il desiderio ancora lì, nella landa di Capannelle a Roma.

Il paradosso per avere un metro del concerto? Escludo la scaletta presentata, la metto ai margini, la trovo relativamente interessante, poteva intonare anche “fra Martino campanaro”, non importa. Qui non conta il “cosa”, ma il “come”. Tre ore e mezzo di emozione assoluta, lui domina il palco, orchestra la band, gestisce le emozioni, dona felicità, riceva felicità. La sintetizza. La restituisce nuovamente. Non lascia mai i suoi adepti soli, li coinvolge in tutte le sue forme: concede la sua chitarra, la fa strimpellare alle prime file; si inginocchia ai bordi del palco, con un palco senza protezione. Senza barriere.

Chi lo segue conosce alla perfezione qual è la linea di confine tra il toccare il mito e molestare il mito. Così ecco un piccoletto emozionato cantare con lui “Waitin’ On a Sunny Day”, o una lei sventolare un cartellone: “Se mi fai ballare con te, lui mi sposa”. Accontentata, ovvio. Sia per i quattro salti con “Dancing in the dark” come colonna sonora, sia in quanto all’anello consegnato immediatamente dopo dal fidanzato. Applausi da tutti, quel palco è di tutti. Per questo il Boss ogni tanto gira le spalle alla platea, diventa uno di loro, incita il gruppo a dare il massimo, a non mollare. Poi dà il ritmo con uno dei suoi innumerevoli “one two…”. E via, verso il brano successivo. Senza mai fermarsi. Senza mai far vedere i 64 anni anni di prossima celebrazione.

Tra il pubblico tutti a dire “è bionico”, “è incredibile”, “chissà cosa si prende”. Credo niente. Natura, fortuna, attenzione, il possibile mix, la sua è un’altra storia, differente dagli eccessi di altre star. Lui sorride, ride in certi casi, non ha bisogno di aggredire, sintetizza alla perfezione il concetto di showman statunitense, con una personalizzazione latina, dove è importante elevare al massimo il concetto di “unicum”. Di speciale. Di non ripetibile. Così è stato. Così ho scoperto l’altra metà del cielo.