“Ciao Giampaolo, tu scrivi spesso di lavoro e delle opportunità della rete. Ma quale lavoro e soprattutto quali opportunità? Qui ci troviamo di fronte ad una continua mortificazione. Pochi giorni fa in uno sportello lavoro della mia città mi hanno suggerito di omettere la mia laurea in scienze politiche, quella presa con il vecchio ordinamento, quella tanto sudata e che è stato motivo d’orgoglio per miei genitori e per me prima ancora. Mi hanno spiegato con tono affabile e pacato che per trovare lavoro sarebbe meglio omettere percorsi formativi così elevati. L’ho trovato offensivo”.

Ho ricevuto questo messaggio alcuni giorni fa nella casella mail della community dei lavoratori wwworkers, e mi ha indignato. Poi venerdì ho letto un articolo, e ho capito che questo episodio, che credevo essere isolato, sta diventando pratica comune. Proprio venerdì scorso nella sezione “Economie” del Venerdì di Repubblica veniva raccontata la storia di Mattia, trentenne di Cremona. Dopo il liceo scientifico Mattia ha frequentato l’università a Milano e nel 2006 si è laureato in Lettere. Da allora solo collaborazioni brevi e circostanziate con biblioteche, teatri e musei, ma mai un vero e proprio contratto di lavoro. Così Mattia ha rinunciato a ciò che sapeva fare e ha cercato il posto da operaio in una ditta dolciaria. Ma lì è stato scartato perché ritenuto “troppo qualificato”. Così Mattia ora è alla ricerca di un lavoro con due curriculum: uno presenta l’indicazione della laurea, l’altro la omette.

La cosa che però mi ha lasciato perplesso è che – come riporta l’articolo – a Mattia di stralciare la laurea dal proprio CV l’ha suggerito proprio l’Informagiovani di Cremona, “uno dei più attivi nell’orientamento al lavoro”, si legge nel pezzo. L’articolo riporta anche un virgolettato della responsabile dello sportello, Maria Carmen Russo, che così argomenta il consiglio: “Chi è costretto a cancellare i titoli sono soprattutto le donne, con una laurea in Lettere, Sociologia, Comunicazione o Scienze Politiche”.

Certamente non è solo il titolo di studio che determina le competenze e le conoscenze della persona, e certamente in questa particolare fase economica è bene orientare il proprio CV focalizzandolo sulle richieste, ovvero centrandolo sugli ambiti proposti dall’offerta nello specifico: l’obiettivo è far ottenere un posto al candidato o “attenzionarlo” agli occhi dell’azienda. Però valorizzando questa omissione è come se si avallasse questa pratica. Queste nuove modalità di ricerca lavoro figlie della crisi mortificano il percorso di studio, e mi infastidisce che i consigli sull’omissione arrivino proprio da uno sportello lavoro.

Insomma, tutto è sempre giustificabile dal fatto che siamo in una fase di crisi occupazionale?