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Pierfranco Pellizzetti
Saggista

Giovani Turchi invecchiano

I “giovani turchi” pidini si sono rapidamente trasformati in “vecchi ottomani”. Nel senso dell’aver sviluppato, con le otto mani che gli sono spuntate, consistenti doti prensili (di cariche e visibilità), come i loro peggiori maestri.

Prevalentemente il Massimo d’Alema, sull’antipatico andante e universalmente impopolare (tranne che presso i residui quadri postcomunisti, i quali lo venerano da estremo baluardo per la sopravvivenza delle nomenclature partitiche e relativi privilegi). Come sull’antipatico andante sono i rapidamente invecchiati Andrea Orlando (quello che fotocopiava i progetti di riforma della magistratura con il copy dell’avvocato Ghedini), Stefano Fassina (quello che non avrebbe votato come presidente della repubblica Stefano Rodotà perché suo cognato, impiegato alle poste, non lo conosce…) e Matteo Orfini, quello che nega di aver dato al Gentiloni del “faccia di m.” ma conferma di averlo senz’altro definito “uno sciacallo”. Raffinato polemista. Un bel trio di personaggi, che studiavano da ministro già durante lo svezzamento e che nell’attesa hanno assunto il colorito lattiginoso di un geco cresciuto negli anfratti di qualche caverna (la loro erano i corridoi in penombra del partito).

Particolarmente giovanile l’Orfini, con quell’aria da comparsa messicana in un western spaghetti girato sulla Sila, che inserisce una nota truce nella tipologia umanoide da tremuli lunari. E forse per questo è anche il più esplicito quando si scaglia, scacciacani caricate a salve alla mano, contro chi osa criticare l’imbarazzante sottomissione vassallatica – peggio, la sconcertante pagliacciata – con cui i pidini hanno si sono accodati all’Aventino in burletta del Pdl a sostegno del Gran Capo, del supremo Boss offeso dalla Cassazione perché osa processarlo regolarmente.

Vicenda peggio che da basso impero; la quale – tuttavia – è stracolma di implicazioni ermeneutiche, ci fornisce indicazioni preziose sullo stato dell’arte della compagnia di giro chiamata “classe di governo”. Davanti all’esposizione della vera natura sotto stress del Cavaliere Berlusconi, qualora contraddetto nelle sue pretese: qualcosa tra il vitalismo animale e il furore barbarico. La reazione dei suoi parlamentari è facilmente comprensibile: gente senz’arte né parte, beneficiata dalla regalia da sogno di un seggio parlamentare, è pienamente consapevole a chi deve i propri immeritati vantaggi; sa bene che se casca il capo, loro gli vanno dietro. Per cui obbedisce al proprio datore di lavoro senza fiatare, facendosi stuoino.

Altrettanto chiaro è il riflesso condizionato dei vertici post comunisti e/o ex democristi del Pd: dopo decenni di collusioni spartitorie ormai pensano il ceto politico come un blocco unitario, che se ne togli una parte tutto il resto crolla. Ma i nostri turchi ottomani? Qui ci troviamo davanti a uno scenario di tipo etologico, alla Konrad Lorenz: essendo quarantenni, il berlusconismo è l’habitat in cui sono cresciuti; lì si sono formati a quella cosa che chiamano “politica” (in effetti, il mercato delle vacche; ma recandosi al Foro Boario in autoblu). Per cui difendendo l’indifendibile/ineleggibile riccastro, dominatore degli immaginari mediatici e dei paradigmi comunicativi degli ultimi vent’anni, tutelano l’unico spazio vitale in cui possono prosperare. La nicchia di sopravvivenza dell’homo politicus (un primate che vive nelle savane attorno al Parlamento), che potrebbe essere messa a repentaglio dall’improvviso arrivo dell’homo sapiens (una razza evoluta che considera la politica italiana roba paleolitica).


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