Lo confesso, ci sono parole che proprio non riesco a capire, che non decifro, non declino. Insomma mi sembrano uscite da una sorta di dizionario ostrogoto, eppure si tratta di parole italianissime. Una di queste parole è “pacificazione”. E’ stata una della parole più usate dagli uomini politioci italiani negli ultimi tempi. Oggi Silvio Berlusconi tuona ancora contro chi bloccherebbe la pacificazione. Di grazia qualcuno mi vuole spiegare di che minchia stiamo parlando? (scusate il francesismo, ma ogni tanto ci scappa).

Dopo ampia consultazione di dizionari ho capito con un certo affaticamento di meningi che pacificazione vuol dire superamento delle ragioni che hanno portato ad un conflitto. Venne usata, ad esempio, alla fine della guerra di liberazione per giustificare la fine delle epurazioni, culminata nell’amnistia Togliatti. A parte che non si pacificò nessuno  – il livore revanscista del neofascismo italiano non ha mai dato segni di crisi, segnando la storia del nostro Paese con bombe e ammazzatine varie – in quella fattispecie il termine aveva un senso.

Si trattava di “pacificare” due anime del Paese, due visioni del mondo, superare le ragioni politiche, umane che erano state alla base della guerra e della guerra civile in particolare.

Il termine è stato usato altre volte in tempi ancora più remoti: dalla “pacificazione” tra clericalismo e anticlericalismo post risorgimentale, all’antica “pacificazione” dell’Impero fatta da Augusto, dopo le terribili guerre civili che avevano segnato la fine della Repubblica.

Allora, qualcuno mi spiega quale guerra civile si dovrebbe adesso pacificare? Abbiamo – come in quasi tutti i Paesi civili – forze politiche che si confrontano in modo aspro. Quando Laburisti e Conservatori si menano di santa ragione nel Regno Unito, quando, in Francia, Gollisti e Socialisti si confrontano in modo durissimo, anche a colpi di dossier, quando vi è stato lo scandalo Watergate negli Stati Uniti (con conseguente cacciata a pedate del presidente Nixon) qualcuno ha parlato in questi Paesi di necessità di pacificazione?

In Italia invece se ne parla di continuo, un termine che di solito viene accompagnato, soprattutto quando è contenuto nel verbo che arriva dal nostro ottuagenario ed inamovibile Presidente della Repubblica, con altri termini che sono di solito: “larghe intese”, “concordia nazionale”, “senso di responsabilità” e via cantando.

Allora forse vale la pena di declinarlo bene questo termine. Perché in Italia esso evidentemente ha una valenza particolare, quello che in Sicilia, con una parola quasi intraducibile nella sua essenza, chiamiamo mascariamento.

Qui da noi  non vi è alcuna guerra da pacificare, c’è invece un personaggio, che fa anche il capo partito, che è stato sottoposto a tre gradi di giudizio e che attende che il suo giudice, ovvero la Corte suprema, dica con voce inappellabile se è o non è un delinquente. Punto.

Se la Corte Suprema (non il giudice tal dei tali del tribunale di Roccacannuccia), si pronuncerà per la colpevolezza del signor Berlusconi, in perfetta concordia con la valutazione di altre due corti di giustizia (il primo grado e il secondo grado) allora non ci sarà nessuna guerra da pacificare, ci sarà semplicemente una condanna penale da eseguire. Berlusconi dovrebbe prendere esempio dal tanto vituperato Totò Cuffaro che, in analoghe circostanze, moggio moggio si dimise dal Senato e si trasferì a Rebibbia. Oppure, potrebbe emulare suo mentore, Bettino Craxi, scappandosene in una delle ville all’estero. C’è da credere che non farà né l’una, né l’altra cosa.

Comunque sia, non sono problemi del popolo italiano. Sono problemi personali del signor Berlusconi che non è accusato di aver commesso reati di opinione o reati politici, ma deve rispondere dell’accusa, che lo accomuna ad Alfonso Capone, di aver rubato soldi al fisco, ovvero ai nostri ospedali, alle nostre scuole e università, alle nostre forze dell’ordine, ai nostri beni culturali…

In realtà, e qui sta il mascariamento, dietro la parola “pacificazione” se ne nasconde un’altra che piace tanto non solo al centrodestra, ma anche ad una larga parte del Pd, e  viene considerata come un male necessario dal vetusto inquilino del Quirinale. La parola è impunità. Secondo questa visione, l’esser leader di un partito politico dovrebbe garantire la non condannabilità. Una sorta di “immunità speciale” che non sta scritta né nella lettera e neppure nello spirito della Carta Costituzionale che, se non fosse così, dovrebbe vedere aggiunta all’articolo 3 una postilla orwelliana. All’assunto “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, si aggiungerebbe che vi sono cittadini, come Silvio Berlusconi,  che sono più uguali degli altri.

Votare contro l’esecuzione della sentenza, sarà complicato anche per i peggiori senatori del Pd. Ma privarsi di Berlusconi lo sarebbe di più. Un rebus che sarà complicato sciogliere se il 30 luglio la Cassazione confermerà carcere ed interdizione. Ma non dobbiamo disperare. Tra i corridoi dorati di quello che fu il palazzo del Papa Re, si sta seriamente cercando la soluzione per “pacificare”. La strada potrebbe essere semplice: nominare il “cittadino più uguale degli altri”, Senatore a Vita.

Che dietro la rielezione di Napolitano, potesse esserci una sorta di “clausola di sicurezza” per Berlusconi è cosa plausibile ed è assai probabile che, se Napolitano dovesse compiere questa scelta scellerata, non vi saranno molte reazioni. Si sentiranno un po’ di urla e strepiti da parte di Sel e M5S. Il Pd si inchinerà, per “senso di responsabilità e rispetto istituzionale”, all’autorevole scelta del Capo dello Stato che proclamerà, con “viva e vibrante soddisfazione”, Berlusconi “Intoccabile a Vita” con tanto di Laticlavio. E poi chissà… la strada verso il Colle.