Esistono musicisti classici il cui carisma non ha proprio nulla da invidiare a quello delle rockstar. E per quanto gli osservatori più superficiali o malevoli tendano a sminuire o ad etichettare negativamente simili fenomeni, bisogna invece riconoscere che la vis comunicativa di un interprete, se innestata su un talento musicale autentico e solido, rappresenta un prezioso valore aggiunto, a maggior ragione nell’ambito di quei generi cosiddetti “alti” che presuppongono un orecchio più allenato o un’abitudine all’ascolto decisamente poco diffusi in un paese la cui classe dirigente ignora biecamente il valore dell’educazione musicale.

L’esibizione di Uto Ughi la scorsa settimana alla Fenice, nell’ambito della rassegna estiva “Lo spirito della musica di Venezia“, ha ribadito in modo esemplare, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza e il valore di una simile mediazione tra autori e pubblico. Il celebre violinista, ricomparso dopo cinque anni di assenza dal principale palcoscenico lirico veneziano (di cui ha elogiato il potenziamento acustico post-restauro) grazie ad un evento promosso da “Acqua di Parma”, ha proposto alcuni grandi classici del repertorio virtuosistico, dalla Ciaccona in sol minore di Vitali alla notissima sonata “Kreutzer” di Beethoven, per proseguire con l’Introduzione e Rondò Capriccioso in la minore di Saint-Saëns e poi concludere con una fantasia di brani della Carmen di Bizet trascritti per violino da Pablo de Sarasate, regalando infine, come “encore”, la “Ronde des Lutins” di Bazzini.

Accompagnato al pianoforte dal Maestro Bruno Canino, col quale esibiva un evidente e consolidato affiatamento, Ughi ha utilizzato il suo Stradivari “Kreutzer” del 1701, appartenuto appunto al violinista francese dedicatario dell’omonima composizione beethoveniana già evocata nel memorabile racconto uxoricida di Tolstoj. E il variegato uditorio, in verità più mondano che abitualmente musicofilo, tanto da essere perfino bonariamente richiamato all’ordine dal solista in persona affinché applaudisse nei tempi giusti invece che nel bel mezzo della sonata, ha tuttavia tributato al protagonista la più emozionata e devota attenzione. E il violinista di origini istriane ha ricambiato da par suo, offrendo una di quelle sue interpretazioni tipicamente contraddistinte dall’eleganza e dalla levità, nonché dalla singolare capacità di condurre l’ascoltatore quasi per mano attraverso i sentieri nascosti di ciascun brano, riuscendo, perfino nei passaggi meno perfettamente nitidi, a dipanare in modo sorprendentemente aggraziato e godibile le linee di ogni fraseggio musicale.

Insomma un ascolto quasi “didascalico“, quello mediato da Ughi, tale cioè da svelare inedite suggestioni poetiche in pezzi magari già ascoltati nelle esecuzioni, sia pur impeccabili, di altri interpreti altrettanto prestigiosi. Sarà che Uto (diminutivo dell’originario Bruto) incarna alla perfezione l’archetipo del violinista per antonomasia, dantescamente “biondo, bello e di gentile aspetto”, postura e origini aristocratiche (Besenghi degli Ughi è la famiglia di origine), un fascino tutt’altro che scalfito ma semmai distillato dalle sue quasi settanta primavere, un bagaglio di successi planetari oggi condensati nella biografia, appena edita da Einaudi, “Quel diavolo di un trillo” il cui titolo evoca quello della famosa sonata settecentesca di Tartini. O forse sarà per quella sua abitudine di far scivolare di tanto in tanto, tra un brano e l’altro dei suoi concerti, qualche rapida premessa o delucidazione verbale che agevoli lo spettatore meno informato verso un ascolto più consapevole. Sta di fatto che Ughi riesce davvero, come pochi altri musicisti classici, a tendere i fili di uno scambio emotivo tangibile col proprio pubblico, anche in virtù di un suo impegno specifico e programmatico in favore di una cultura musicale più diffusa ed accessibile.

Proposito tanto più meritorio ed impervio nell’osceno imbarbarimento di questo nostro disgraziato paese i cui governanti, malgrado le proteste e le piazze indignate, nonostante la gogna globale di tutta la stampa straniera o le denunce pubbliche di personalità eccellenti, tra le quali è tornato recentemente a farsi sentire anche il Maestro Riccardo Muti, continuano a prosciugare i fondi alla cultura lasciando agonizzare e morire teatri ed enti lirici, cioè calpestando ed umiliando un patrimonio storico nazionale che per secoli ci ha resi orgogliosi ed acclamati nel mondo. Evidentemente c’è chi reputa “eleganti” modalità di divertimento parecchio più triviali.