E’ l’Emilia Romagna fedele che segue il partito a qualsiasi costo, ma ora rischia di cadere sotto i colpi delle larghe intese. Perché mandare giù bocconi amari si può, ma ad un certo punto ci si comincia a fare delle domande. Dalla linea ufficiale del partito, è uscito un personaggio sicuramente con meno peso del professor Prodi, ma pur sempre significativo nelle stanze che legano la sua terra al mondo dei quattrini e delle cooperative rosse: si chiama Raffaele Donini, è il segretario provinciale a Bologna di nuova generazione, sempre dalla parte di Pier Luigi Bersani, poi finito con l’appoggio a Epifani e al governo allargato: “Ho sempre pensato che il governo Letta e soprattutto la maggioranza col Pdl”, ha scritto su Facebook, “dovesse avere dinnanzi a se un tempo limitato e circoscritto della legislatura. Pochi mesi per dare ossigeno all’economia e per cambiare la legge elettorale. Oggi ne sono ancor più convinto perché più si va avanti più è insopportabile l’idea di condividere l’azione di governo con un signore pluri inquisito e condannato che ancora tenta di tenere in ostaggio il Parlamento preoccupato soltanto dei suoi problemi giudiziari. Si faccia subito la riforma elettorale entro l’estate abrogando il Porcellum e poi si dia rapidamente la parola agli italiani”.

Il problema è la distanza con l’elettorato. Tanto che non ci sono più volontari nemmeno per mettere in piedi una festa dell’Unità degna del nome che porta. Hanno incrociato le braccia, i volontari. E soprattutto hanno bussato alla porta del partito con una richiesta che suona più come una minaccia: “E’ la nostra festa, dunque personaggi del Pdl non ne vogliamo”. Alla fine Donini, dopo aver perso qualche segretario di sezione – incluso quello della Bolognina – una reazione la doveva dare. E a malincuore ha abbandonato la linea ufficiale del partito. E per lui, che è un funzionario sempre stato ligio al dovere, non deve essere stato facile. La svolta precoce, invece, l’ha avuta il sindaco di Bologna, Virginio Merola. Era bersaniano di ferro, eletto grazie anche e soprattutto all’appoggio di Bersani. Il 26 febbraio 2013, giunto a sera nella sede silenziosa e triste del Partito democratico a Bologna pronunciò parole che non ci si aspettava, almeno non subito dopo le elezioni politiche, a cadavere del Pd ancora caldo: “Matteo Renzi? Credo sia la nostra possibilità di rinnovamento e di questo bisogna prendere atto“.

E le svolte renziane nel partito ce ne sono dalla mattina alla sera. Oltre a Bologna, renziana è Piacenza, lo sono Parma, Rimini, in parte Forlì dove il sindaco Roberto Balzani, docente universitario, non risponde a nessuno: fa di testa sua e senza rispondere a correnti o spifferi. L’Emilia Romagna rossa si butta tra le braccia di Matteo Renzi e lo fa coi suoi pezzi da novanta, politici ed economici. Mentre si attende che il sindaco di Firenze sciolga le sue riserve su una candidatura alla guida del Pd in vista del prossimo congresso, quelli che erano considerati i baluardi dei bersaniani stanno già cambiando bandiera, come in una rincorsa al carro di un vincitore che sarà. Le ultime in ordine di tempo sono state le coop rosse: per bocca del loro numero uno, il presidente di Legacoop Giuliano Poletti, imolese doc, hanno mostrato un’apertura al rottamatore, colui che durante le primarie di novembre era il nemico da battere: “Credo che persone giovani che hanno voglia di impegnarsi, che mettono in campo anche delle idee innovative siano sicuramente un bene, ma questo è un tema che va risolto dai partiti e dalle istituzioni” ha detto il cooperatore ai cronisti. “Basta guardare i dati: Matteo Renzi è oggi una delle figure che nel panorama politico e pubblico italiano raccoglie un livello importante di consenso, quindi è ragionevolmente immaginabile che sia un protagonista del futuro di questo Paese”.

A fare scalpore, tuttavia, nelle ultime settimane sono stati soprattutto i voltafaccia dei politici. Il segretario regionale uscente del Pd, Stefano Bonaccini, eletto nel 2009 tra le fila dei bersaniani, lunedì alla festa de l’Unità di Ferrara ha fatto outing pro-Renzi: “Basta, non possono chiedergli gli esami del sangue per candidarsi, va semplicemente riconosciuto che ha una capacità espansiva enorme, vedremo il programma”. Poi, tanto per non lasciare adito a dubbi, ha liquidato il candidato dalemiano alla segretaria: “Gianni Cuperlo? Lo stimo molto ma la sua candidatura ha un limite drammatico: mette insieme solo chi viene dalla storia del Pci e nemmeno tutti”. Infine lo stesso Bonaccini ha pronunciato una frase che più renziana non si può: “Non dobbiamo ragionare con la testa rivolta al Novecento, dobbiamo dare più spazio al merito e alla scommessa individuale oltre alla giustizia sociale”.

A Ferrara, sul palco a fianco a Bonaccini – che nel 2014 potrebbe correre alle amministrative come sindaco di Modena – c’era anche Paolo Calvano, giovane segretario Pd di Ferrara. Alle primarie dello scorso autunno era coordinatore regionale della campagna di Bersani. Oggi, non senza un certo feedback, è vicino all’area del rottamatore. “Dovremo capire insieme se le cose dette solo quattro mesi fa oggi non siano più valide e se partiamo su una strada completamente nuova”, avvertono i renziani della prima ora parlando di Calvano, che sarà probabilmente il candidato renziano alla segreteria regionale.

L’Emilia, più che la natia Toscana, potrebbe così diventare la roccaforte del sindaco di Firenze che proprio qui, non va dimenticato, conta i suoi tre principali colonnelli: Roberto Reggi, ex sindaco di Piacenza e numero uno del suo staff durante il tour per le primarie, Matteo Richetti, ex presidente del consiglio regionale e ora deputato. Ma soprattutto Graziano Delrio, ex sindaco di Reggio Emilia, ora ministro del governo Letta. Questa la situazione della dirigenza: ora però bisognerà capire cosa dirà la base.