Inizia il Ramadan anche per i prigionieri di Guantanamo. E nella prigione, dove restano 166 detenuti, la situazione si complica ulteriormente. 106 tra questi sono infatti in sciopero della fame da mesi. Quarantacinque vengono alimentati a forza, per evitare che le loro condizioni di salute arrivino a un punto di non ritorno. Con l’arrivo del Ramadan si pone però il problema del digiuno rituale, dall’alba al tramonto, per i credenti. Come conciliare la mancata assunzione di cibo con l’alimentazione forzata cui sono costretti decine di prigionieri? Il governo Usa ha annunciato che, se non interverranno “emergenze impreviste o questioni operative”, le guardie e il personale medico della prigione cubana rispetteranno la fede religiosa dei detenuti e li alimenteranno soltanto di notte. L’assicurazione non è però bastata a molte organizzazioni islamiche, negli Stati Uniti e nel mondo, mentre la questione dell’alimentazione forzata diventa un vero e proprio caso politico e giudiziario, a prescindere dal Ramadan.

A protestare è stato anzitutto il “Council on American-Islamic Relations” (Cair), la più importante organizzazione musulmana d’America, che attraverso un suo portavoce ha detto che “l’alimentazione forzata è sbagliata sempre, ma è particolarmente grave durante il Ramadan”. Secondo il Cair, la situazione è ormai kafkiana: “Non si tratta nemmeno più di un problema religioso. E’ una questione di diritti umani, in aperta violazione delle norme internazionali e dell’etica medica”. Ha parlato anche un importante leader musulmano inglese, il dottor Azzam Tamimi, secondo cui “è tempo che il presidente Obama prenda una decisione coraggiosa, che possa essere apprezzato nell’intero mondo islamico”.

La palla è dunque rimandata direttamente alla Casa Bianca, cui si chiede un intervento per bloccare, almeno per un mese, l’alimentazione forzata. La stessa richiesta, curiosamente, è stata fatta in queste ore da un giudice Usa, Gladys Kessler, che ha risposto con un’ordinanza di quattro pagine alla richiesta di un detenuto siriano, Jihad Dhiab, di non essere più costretto ad assumere cibo contro la sua volontà. Dhiab è detenuto a Guantanamo da 11 anni, senza che sia stata formalizzata alcuna accusa. Un tribunale nel 2009 lo ha sollevato da qualsiasi responsabilità, ma l’uomo resta in carcere. La giudice Kessler gli ha dato sostanzialmente ragione, scrivendo nel suo giudizio che “esiste ormai un largo consenso circa il fatto che l’alimentazione forzata viola l’Articolo 7 del Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che proibisce la tortura e un trattamento crudele, inumano e degradante”.

Tutte le maggiori istituzioni mondiali, aggiunge la Kessler – l’American Medical Association, la World Medical Association, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu – hanno condannato la pratica. Eppure, conclude la giudice, alla Corte mancano gli strumenti legali per intervenire, perché il Congresso ha limitato al massimo la possibilità dei detenuti di Guantanamo di rivolgersi ai tribunali americani. Secondo la Kessler, soltanto Barack Obama può decidere, con un suo “ordine”, di interrompere l’alimentazione forzata.

Ancora un appello al presidente, dunque, che però resta in silenzio. Le opzioni di Obama, in tema di Guantanamo, sono del resto ormai limitatissime. Più volte la Casa Bianca ha chiesto al Congresso di chiudere la prigione. Senza successo. Il 23 maggio Obama aveva anche affermato: “Guardate quanto sta succedendo a Guantanamo, dove i detenuti sono alimentati a forza… E’ questo, ciò che siamo? E’ questo che i nostri padri fondatori immaginavano? E’ questo che vogliamo lasciare ai nostri figli? Il nostro senso di giustizia è più forte di quanto sta avvenendo”. L’appello al Congresso, l’ennesimo, non aveva però avuto alcun effetto. Pochi deputati e senatori desiderano tornare di fronte ai propri elettori dopo aver votato misure di stanziamento di milioni di dollari per chiudere la prigione. E Obama non ha avuto sinora il coraggio politico di procedere e chiudere Guantanamo autonomamente, attraverso un ordine esecutivo.

Mentre il caso politico-giudiziario si allarga, in Rete fa furore un video prodotto dal gruppo per i diritti umani Reprieve, diretto da Asif Kapadia e interpretato dal rapper e attore Yasiin Bey (Mos Def), che si è sottoposto all’alimentazione forzata sotto il controllo di un’equipe medica. Il video, che dura quattro minuti, è una testimonianza agghiacciante delle sofferenze cui è sottoposto un essere umano durante l’alimentazione forzata – l’esperimento con Yasiin Bey ha dovuto alla fine essere interrotto. Al soggetto, bloccato su una sedia, viene applicata una maschera che blocca la funzionalità del viso (per evitare che l’alimentazione venga rigettata). Lunghi tubi vengono inseriti attraverso le narici, sino allo stomaco. Il processo dura tra i 20 e i 30 minuti, poi i prigionieri vengono tenuti sulla poltrona per più di un’ora, sino a quando, attraverso una radiografia, si verifica che il nutrimento abbia raggiunto lo stomaco. Ricondotti nelle loro celle, i detenuti sono tenuti sotto osservazione. Nel caso vomitino, il processo di alimentazione forzata viene ripetuto.