Dalla chiusura del G8 in Irlanda del Nord non è uscita un’organica linea di indicazioni per combattere la crisi. La lotta all’evasione e ai paradisi fiscali è stata il punto sul quale “i grandi” hanno convenuto, ma resta poco più che un’intenzione e sulle modalità di attuazione non esistono procedure certe. Tolto l’ottimismo di facciata, l’ostacolo a questa operazione  – che sarebbe utile – è già nelle legislazioni degli Stati partecipanti. L’Ue ha al suo interno Stati – l’Irlanda e il Lussemburgo per fare un esempio – che favoriscono, per ordinamento fiscale e norme bancarie, le multinazionali che non a caso stabiliscono la loro sede proprio in quelle nazioni. Un altro freno all’ultimo proposito del G8 è negli Stati Uniti, dove esiste una legislazione che favorisce l’elusione fiscale.

Ma è davvero questa la soluzione alla prima grande crisi economica dell’era globale? Si osservi la struttura del potere economico mondiale. Il cuore decisionale delle leve economiche e finanziarie è concentrato su organismi come il Fondo Monetario internazionale, la Banca Mondiale, le banche centrali dei principali colossi economici (Federal reserve, Banca centrale europea, ecc), e sull’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) creata allo scopo di supervisionare gli accordi commerciali tra gli Stati aderenti che controlla il 97% del commercio planetario.

Il potere sovrano, in forma più netta a partire dagli anni Novanta, ha conosciuto una forma di privatizzazione trasferendo le sue competenze in strutture economiche e finanziarie sovranazionali non sottoposte a un controllo democratico delle decisioni. Per quest’ultimo fenomeno, il politologo inglese Colin Cruch ha coniato nel 2003 il termine di postdemocrazia, con riferimento allo Stato che mantiene i diritti costituzionali, ma che ha trasferito un’importante fetta del suo potere alle oligarchie economiche transnazionali.

Per loro natura l’economia e la finanza tendono a sottrarsi ai vincoli dello Stato e all’interesse pubblico. Karl Polany, uno dei più grandi interpreti delle trasformazioni economiche del primo Novecento, osservava che l’economia si era resa autonoma dalla società sostenendo quanto fosse necessario estendere la democrazia all’economia. A quel tempo lo scenario era più controllabile: si parlava di economia e non di finanza, e l’ambito territoriale di azione riguardava solo i singoli Stati, non aggregazioni più complesse su scala mondiale.

La leva dell’economia (il destino delle nostre condizioni di vita) è oggi mossa dalla finanza internazionale che agisce nella quasi totale assenza di norme. La regolamentazione di questo settore porrebbe una svolta per uscire dalla crisi cominciando, ad esempio, con il disciplinare e restringere la vendita di titoli allo scoperto (cioè senza possederli), operazione causa di molte speculazioni al ribasso.

E’ inoltre necessaria una riforma del mercato che permetta una più equa distribuzione del potere economico. Per riequilibrare i divari dei redditi maturati negli ultimi trent’anni, la leva fiscale sarà sempre insufficiente mentre una riforma del mercato assumerebbe l’effetto di una pre-distribuzione del reddito, cominciando a ridurre l’enorme forbice tra stipendi alti e stipendi bassi (proposta elaborata da Jacob Hacker, tra i più reputati studiosi di politiche sociali negli Stati Uniti). La manovra é essenziale poiché anche la polarizzazione dei redditi ha influito sull’aumento del precariato e la proliferazione dei lavori atipici.

Da queste considerazioni si comprende l’inadeguatezza delle soluzioni uscite dal G8 per combattere la crisi. E’ necessario un nuovo trasferimento di potere su scala globale dalla finanza alla politica e da questa agli Stati. Un cambio degli equilibri di potere tutt’altro che gradito all’establishment mondiale, quindi al momento non considerato, non facile, ma indifferibile se la crisi continuerà. Nel frattempo la recessione si sta acuendo e anche economie vitali come quella cinese e quella tedesca presentano evidenti segni di rallentamento.

Nell’attesa di una più strutturale ridefinizione delle regole del sistema, ci sono Stati che hanno cercato di recuperare – rispetto alla finanza – una propria autonomia decisionale in tema di politica economica riuscendo a fornire risposte più efficaci alla crisi. Stati Uniti, Giappone e Islanda (con molte differenze tra loro) hanno reagito di fronte alla recessione rifiutando la trappola dell’austerità e dei conti in ordine con immissioni di denaro liquido sul mercato. Il Giappone sta inserendo sul mercato, da qui al 2014, il più grande quantitativo di liquidità mai visto dal dopoguerra, operazione a rischio di inflazione che al momento però resta sotto controllo. Una manovra spregiudicata, da mandare in fiamme i manuali di economia (il precedente disastroso è quello della grande inflazione tedesca del 1922-23 dove però l’ammontare di banconote in circolazione passò dall’indice di 30 nel giugno ’22 a 81,8 miliardi [!!!] nel dicembre 1923). 

Nell’Ue lo spazio d’azione per uscire dalla crisi é fortemente limitato. L’unica manovra “spregiudicata” è stata la dichiarazione del presidente della Bce Mario Draghi di acquistare, in caso di necessità (finora non verificatasi) quantità illimitate di bond dei Paesi in crisi, solitamente sottoposti al vortice della speculazione. La sola promessa d’azione si è rivelata utile per calmierare gli spread, per salvare l’Euro, ma non per rilanciare l’economia. In Germania c’è chi giudica persino questa operazione troppo ardita e, infatti, la legittimità dell’intervento è ora sotto l’esame della Corte costituzionale tedesca. 

L’ emergenza europea è aggravata dalla sua paralisi. Il miliardo e mezzo di euro che l’Italia potrà investire per alleviare la disoccupazione giovanile resta un provvedimento insufficiente per contrastare la crisi. Si mantiene ancora stretta la disciplina del credito per la Banca europea degli investimenti che eroga prestiti a basso tasso per le opere infrastrutturali. In termini quantitativi le misure adottate dalla Ue non sono ancora minimamente comparabili con i provvedimenti adottati in Giappone e negli Usa.

In nome di troppo rigidi vincoli di bilancio, l’Ue non può trovare efficaci contromisure alla crisi. Eppure dovrebbe essere d’insegnamento il recente rapporto del Fondo monetario internazionale che giudica eccessivo l’atteggiamento che la finanza internazionale ha tenuto nei confronti della Grecia dove sono stati tagliati gli stipendi, le pensioni e la disoccupazione sfiora il 30%. I greci devono pagare, hanno sostenuto anche i “virtuosi” europei, i brogli dei loro conti pubblici. Quali greci? I cittadini o chi li ha governati? Nella lontana Islanda i governanti responsabili del disastro economico sono ora in galera.

E l’Italia? La Bce e il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble hanno avvertito che si deve continuare a non superare il deficit corrente del 3%. Non è certo dall’Esecutivo Letta che può giungere una spinta alla ridefinizione dei parametri, tanto più che sulla poltrona chiave dell’Economia siede il banchiere Fabrizio Saccomanni, persona interessata a non mutare le regole del gioco.

La lotta all’evasione fiscale – se ci sarà – è solo uno fra i diversi provvedimenti che servono per ridurre i profitti della finanza. Per la ripresa occorre poi garantire alle imprese prestiti a un tasso prossimo a quello dell’Euribor (0,5%) e non di 5 o 6 punti superiore. Bisogna intraprendere un percorso per realizzare un nuovo equilibrio di sistema che renda più convenienti gli investimenti produttivi nell’economia reale rispetto a quelli finanziari.