E’ imbarazzante notare come le discussioni giuridiche sul paesaggio, avviate oltre 50 anni fa (tra i primi e autorevoli convegni sulla “Tutela del paesaggio”, Sanremo 8-10.12.61, con personalità sacre come Sandulli, Tesauro, Lucifredi) quando l’aggressione al territorio ebbe inizio, siano ancora oggi tristemente attuali.

Anzi ancor più desolanti ove si pensi che decenni di (apparente) maggiore civiltà giuridica, nulla hanno apportato alla conservazione e valorizzazione del bene del paesaggio. Anzi, all’opposto, si è radicata una vile, scellerata ed ignobile subcultura (c.d. consumo di suolo) tracciata da una speculazione economica e da una squallida sottocultura di governance del territorio, guidata da amministratori di ogni colore politico e età, accomunati solo da un’insaziabile appetito, oltre che di rara incompetenza e mediocrità. Il nostro paesaggio diviene la figura paradigmatica della decadenza di un paese intero.

Certo, vi sono esempi di amministratori locali di notevole intelligenza e lungimiranza. Eroi nella nebbia.

Il paesaggio è stato “stuprato” non solo negli anni ’50-’60 ma ancor più nel periodo 1980-2010 sino ad oggi. Crimine ignobile di cui qualcuno dovrà rendere conto alle generazioni future, se non fosse che l’impunità è sapientemente assicurata da una ingegneria giuridica e amministrativa, creata ad arte per occultare singole responsabilità, ovattate da criteri di legittimità. Un polpettone velenoso cucinato con tanti ingredienti: una legge urbanistica datata, piani paesaggistici inesistenti, suddivisione di (in)competenze in materia paesaggistica che si traducono di fatto nell’assenza di un’autorità autorevole, opere faraoniche calate dall’alto e poi valutate tutte “sostenibili” o quasi.

Si osservava tempo fa che “siamo abituati a certi aspetti della natura, li viviamo, e la loro bellezza, che è armonia, sembra fatta di niente, ma si palesa pienamente, anche alla massa, quando viene a mancare. Il brutto nuovo, nato sotto il segno della volgarità, della speculazione e della violenza, con i contrasti e le stonature che ha determinato, ha messo in evidenza il bello perduto, la disintegrazione dell’unità ambientale e paesistica. E allora si è capito che tutto è paesaggio, e tutti lo hanno capito, anche e specialmente quelli che lo sfruttano e vi speculano.” (Dillon).

L’esigenza di tutelare il paesaggio è un impeto che prorompe dall’animo più sensibile dell’uomo, il quale ultimo ricerca nella bellezza l’immagine di Dio e al contempo la conferma della sua esistenza: “vorrei essere un poeta per poter dare voce alle “cose” della natura, della storia e dell’arte; cose che chiedono di esser capite e difese contro le aggressioni, non già del cemento e del ferro, che nelle mani degli artisti si trasfigurano, ma degli speculatori senza scrupoli, di certi amministratori con molta ambizione e poca cultura, dei molti costruttori” (Dillon).

Ed allora “noi non possiamo sperare di poter conservare e potenziare un così straordinario patrimonio di arte e di bellezza come quello italiano, fino a quando non si sarà formata nel paese la coscienza che la bellezza, l’arte e la storia sono beni particolari come la libertà, la cultura e la religione: sono beni cioè necessari ed integranti della vita e della società. Sono beni che meno si sfruttano e più rendono.” (Dillon).

La Costituzione con l’art. 9, 2° comma “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Tale scelta, in anticipo sui tempi, fu sofferta. Dal dibattito del 30 aprile 1947 che l’Assemblea Costituente dedicò all’art. 29 del progetto, ci si rende conto che, tra coloro che ne reclamavano la soppressione per inutilità, coloro che più vivamente la sostennero (Codignola, Marchesi, Di Fausto, Benedettini) lo fecero richiamandosi particolarmente alla necessità di una visione unitaria degli interessi pubblici nella materia, con l’esigenza di attribuire la competenza allo Stato e non alle Regioni. (Lucifredi). Sicchè “l’Assemblea Costituente respinse l’emendamento soppressivo ed approvò l’articolo in una nuova formulazione Codignola-Lussu” (Lucifredi).

Paesaggio è cultura, bellezza, memoria storica, ambiente. Un’alchimia inscindibile, di rara potenza e maestosità. Un’alchimia donataci dall’alto e che l’homo italicus ha sapientemente modellato nei secoli e millenni, miscelando straordinarie doti contadine a doti di somma sapienza artistica e ingegneristica. L’Italia in tal senso è forse il Paese al mondo che ha la maggiore risorsa. Ma la dissipiamo ogni giorno.

Potremmo avere un Pil solo di paesaggio, arte e cultura, enogastronomia. Potremmo essere un museo a cielo aperto dove prosperano i nostri figli ed i nostri sogni, dove la cultura diviene il calice dal quale abbeverarsi ogni giorno. Invece non passa un sol giorno in cui ci si debba strabuzzare gli occhi dinanzi a opere mostruose, grandi e piccole che siano, dal capannone immondo alla tangenzialina, all’autostrada inutile a 4 corsie. Nessuno desidera un’Italia immobile e mummificata ma certamente non la vogliamo stuprata ogni giorno, da immondi interessi.