Giovedì scorso, in occasione della Giornata mondiale contro la cattività dei mammiferi marini, ha preso il via un’iniziativa di Lav e Marevivo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni dei delfini mantenuti in cattività in Italia. Ma innanzitutto, perché una giornata mondiale? Il motivo è semplice: perché di tutti gli animali, i mammiferi marini – come i cetacei e i pinnipedi che sono nati ed evoluti per vivere in uno spazio senza limiti – sono quelli che meglio di tutti esemplificano l’assurdità del confinare a vita animali selvatici in spazi innaturalmente ristretti – unicamente per finalità di lucro.

In Italia esistono cinque strutture che ospitano delfini in cattività (Fasano, Torvaianica, Riccione, Rimini e Genova), nessuna delle quali è non profit; Gardaland ha recentemente rinunciato al  delfini per via della policy anti-cattività della nuova proprietà, Merlin Entertainments. Un sondaggio Ipsos recentemente commissionato dall’Ong francese One Voice rivela che il 68% degli italiani è favorevole all’abolizione della cattività dei delfini in Italia: una confortante dimostrazione della sensibilità dei nostri connazionali, che tuttavia ancora non si è tradotta in una svolta definitiva in materia di gestione.

Occorre convincere il restante 32%. È innegabile che mantenere delfini in una pozza di acqua clorata perda di giustificabilità ogni giorno che passa. La legge impone che i delfinari debbano avere una chiara funzione educativa e scientifica, eppure tale condizione non viene rispettata, anche perché il legislatore non si è preoccupato di fissare criteri in base ai quali valutare educazione e scienza. In realtà, solo di spettacolo si tratta, per lo più di gusto discutibile. Di una cosa dobbiamo, però, dar merito al legislatore, ed è di aver interdetto il nuoto con i delfini in vasca. Questo ci ha per lo meno messo al riparo dall’infame frode della Dolphin Assisted Therapy (DAT), con cui operatori senza scrupoli, facendo nuotare i bambini con i delfini, lucrano su diversi livelli di sofferenza (delfini, bambini autistici e loro familiari), nella conclamata assenza di basi scientifiche di tale pratica.

Dunque dobbiamo chiedere agli italiani di rinunciare allo spettacolo entusiasmante offerto dalla visione di delfini che nuotano e saltano? Non necessariamente. I nostri mari sono ancora ricchi di delfini di varie specie, e soprattutto in Liguria esistono organizzazioni che offrono la possibilità di osservarli nel corso di escursioni giornaliere. Il maggiore impegno temporale ed economico richiesto da tali escursioni, seppure in assoluto di limitata entità, viene più che ricompensato dall’esaltante senso di libertà e bellezza puntualmente evocato dallo spettacolo di un gruppo di stenelle striate che viene a saltare davanti alla prua della barca.

In un quadro di possibile chiusura degli attuali delfinari, resterebbe il problema di che fare con i delfini che si trovano oggi in cattività. Rilasciarli in mare dopo la prolungata prigionia, e ormai separati dalla loro società di origine senza della quale non possono sopravvivere, equivarrebbe a una condanna e come tale non è un’opzione. Servirebbe qui una soluzione transitoria, una sorta di pensionato che ne garantisca una sopravvivenza più decente possibile fino alla loro fine. Personalmente, riterrei interessante una “conversione sulla via di Damasco” da parte di alcune delle strutture italiane citate più sopra, che con un cambiamento di policy volessero dichiararsi contrarie all’industria e pratica della cattività, e disponibili a offrire una decorosa e tranquilla ospitalità agli animali straordinari che esse hanno, fino ad oggi, illegittimamente sfruttato. Mi si dia dell’ingenuo, ma sono certo che il pubblico finirebbe per perdonarle e premiarle.