Dopo una giornata di consultazioni, il nuovo presidente Adly Mansour ha nominato Mohammed El Baradei come primo ministro ad interim del nuovo governo di transizione egiziano.

Baradei, 71 anni, dopo una laurea in legge all’università del Cairo e un dottorato in diritto internazionale a New York, inizia la sua carriera nell’ambito diplomatico. Nel 1984 entra a far parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ricoprendo vari incarichi sino a diventarne capo. Con questo incarico nel 2003 metterà in discussione al consiglio di sicurezza dell’Onu l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq alcuni mesi prima dell’inizio del conflitto iracheno guidato dal Governo americano. L’incarico all’AIEA lo porta nel 2005 a ricevere il premio Nobel per l’impegno a favore della non proliferazione delle armi atomiche e in generale dell’uso a fini bellici dell’energia atomica.

Nel 2009 per la prima volta dichiara la sua intenzione di voler sfidare alle successive elezioni presidenziali l’allora presidente Hosni Mubarak che, secondo diversi media egiziani, si preparava a passare i suoi poteri al figlio Gamal. Da allora è diventato uno dei leader dell’opposizione egiziana, il 27 gennaio del 2011 il suo ritorno in Egitto per prendere parte alle proteste a Tahrir nei giorni della rivoluzione segna la consacrazione definitiva del suo ruolo nella vita politica del paese. Nel 2012 dopo aver fondato il partito Hizb al dostur (Partito della costituzione) diventa capo del Fronte di Salvezza Nazionale, la maggiore coalizione di opposizione.

Ma la sua nomina sembra dividere l’opinione pubblica. Mentre alcuni movimenti rivoluzionari, come quello del 6 aprile, parlano di “vittoria della rivoluzione”, un’altra parte di attivisti reputa la sua scelta inopportuna, vista la sua lunga permanenza all’estero.

D’altronde già nel gennaio 2011, durante i giorni della rivoluzione, El Baradei venne contestato dalla piazza durante un suo discorso mentre il suo rifiuto di correre alle prime elezioni presidenziali lo scorso anno ha acuito il disappunto di una buona parte dell’elettorato laico e moderato.

Anche la sua difesa delle ultime azioni del consiglio militare supremo, che dopo la destituzione di Mohammed Morsi ha chiuso tre canali televisivi ed emanato 300 mandati d’arresto per altrettanti membri dei Fratelli Musulmani, ha suscitato molte perplessità tra gli attivisti che iniziano anche a dubitare sul ruolo dell’esercito in questa transizione.

Nondimeno, il suo incarico rappresenta una sfida non facile. Prima di tutto la formazione del nuovo gabinetto di governo. El Baradei, infatti, dovrà trovare una squadra di esperti in grado di rappresentare la coalizione che supporta la road map imposta dai militari con la destituzione di Morsi. Tra di loro ci sono anche Al-Azhar, la massima autorità sunnita nel mondo islamico, la chiesa copta, che rappresenta la più grande comunità cristiana del Medio Oriente, e il partito salafita di El Nour che ha preso le distanze dal presidente Morsi poco prima della sua destituzione. Non è chiaro, infine, quale sarà il ruolo dell’esercito che, nonostante abbia annunciato di non voler prendere nessun ministero e di voler stare fuori dalle dinamiche politiche, potrebbe comunque esercitare un forte potere di dissuasione sull’azione del nuovo governo.

Altro punto cruciale è la crisi economica che attanaglia il Paese e non può più aspettare. Le riserve di valuta straniera sono diminuite di un terzo mentre, gli investimenti stranieri si sono radicalmente ridotti. Anche uno dei settori chiave dell’economia egiziana, il turismo, segna una ripresa lenta a causa della persistente instabilità del paese. L’unica ancora di salvezza sembra sempre più rappresentata dal prestito di 4,8 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale. Le trattative già in corso da mesi sotto il mandato dell’ex-presidente Morsi dovranno quindi essere riprese in mano dal nuovo esecutivo quanto prima, pur con una nuova incognita rappresentata da possibili nuovi episodi di violenza.