Quinto appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Alla fine, la ragion pratica di sponsor e organizzatori del Tour de France è prevalsa sulle mozioni dei legittimi sentimenti di Simon Gerrans, l’australiano in maglia gialla: ha ceduto l’insegna del primato al ventinovenne compagno di squadra Daryl Impey, un onesto lavoratore del pedale che ha però in tasca passaporto e cittadinanza sudafricana. Un dettaglio niente affatto secondario: è diventato infatti il primo ciclista del Continente Nero ad indossarla. Giusto l’avvenimento ‘storico’ che mancava: la ciliegina sulla torta del centesimo Tour in cerca di simboli e memoria. Non solo: è uno spottone che galvanizza le multinazionali del pedale. Ormai le grandi formazioni ciclistiche si stanno espandendo in tutto il mondo, hanno da qualche anno allargato i confini, arruolato corridori locali, in attesa di conquistare i mercati sinora invisibili. E tutto questo con la complicità dell’Uci, alla quale fanno capo ben 170 federazioni nazionali, ripartite in cinque confederazioni continentali. Quella africana è in ascesa: molte squadre americane, inglesi, australiane e olandesi hanno puntato su Asia ed Africa.

Sarebbe stato perfetto se il buon Daryl fosse stato un corridore dalla pelle scura. Invece ce l’ha da puro afrikaaner, è un bianco di Johannesburg. Ha dedicato questa giornata che non dimenticherà più al suo Paese e a Nelson Mandela che sta appeso alla vita per un niente. La moglie Graça Marchel proprio oggi ha partecipato alla presentazione del ‘Nelson Mandela Sport&Culture Day’ previsto il 17 agosto (l’ex presidente sudafricano è tifoso di rugby e di football, in quell’occasione gli Springboks e i Bafana Bafana affronteranno rispettivamente l’Argentina e il Burkina Faso).

Scrivo Burkina Faso e mi viene in mente che l’amico Marco Pastonesi – ci siamo incontrati ieri a Marsiglia – ha scritto un libro sul ciclismo africano, il ciclismo ‘altro’, naif, spontaneo, eroico. Con storie struggenti, dove il ciclismo si confonde nella savana e nelle periferie dell’anima di popoli fantastici. Personaggi indimenticabili come Jérémie Quedraogo, nono di dieci figli, un centinaio di vittorie, il Fausto Coppi del Burkina Faso: ha due bici, una da corsa, con l’altra – il ‘muletto’ – si allena. Se una si rompe, l’aggiusta coi pezzi dell’altra. Tanto per capire la finzione della prima maglia gialla ‘africana’, Daryl Impey ha a disposizione almeno cinque biciclette. L’Orica-GreenEdge, il suo team, ha fatto un contratto con la Scott, che ha provveduto a consegnare appositamente per questo Tour de France un nuovo sofisticatissimo modello, la Addict che si aggiunge alle ipertecnologiche Foil. La bici di Gerrans, il capitano della squadra, pesa sei chili e novecento grammi, ha il telaio in fibra di carbonio, cambio, deragliatore, pignone, freni Shimano, gomme Continental Competion. Costa 10999 euro. Nell’Africa del ciclismo ‘altro’, con quei soldi ci vive un villaggio.

La sapiente regia del Tour ci fa sapere che il destino era in agguato a Montpellier: sempre qui vinse la tappa sei anni fa Robert Owen Hunter, pure lui di Johannesburg. Fu il primissimo successo di un africano al Tour. Bianchissimo come il senegalese Michael Barboza, che va sempre in fuga perché dice che così respira meglio: “Piglio aria”, e scappa dal plotone. Ma non è al Tour, è soltanto un corridore di categoria élite. Pure Attivi Egui, che nel Togo viene chiamato l’Armstrong d’Africa, coi soldi che guadagna guidando una moto-taxi paga l’università al fratello. Nella prima tappa di un Giro del Burkina Faso, Attivi arrivò centottesimo su centotto concorrenti. Ultimo, a un’ora e trentadue minuti. I commissari di gara se n’erano già andati in albergo. La giuria presenziata dall’italiano Mauro Aristei stabilì che il comportamento dei commissari era stato riprovevole e graziò Egui, numero di gara 136 (squadra mista Togo-Benin-Niger) classificandolo ultimo ma a venticinque minuti e cinquanta secondi dal primo, il belga Lionel Syne.

La maglia gialla ‘africana’ di Daryl Impey ha ben poco a vedere con le storie del ciclismo primordiale praticato in gran parte dell’Africa. Né consola ricordare che al Tour un africano c’era, eccome: nel 1950, ai tempi di Bartali, Coppi e Bobet. Il 28 luglio di quell’anno l’algerino Abdel Khader Zaaf nella tappa Perpignano-Nimes ebbe il suo quarto d’ora di gloria. Il plotone si trascinava sotto un sole quello sì africano. A duecento chilometri dall’arrivo, Zaaf e un altro algerino, Marcel Molines, scappano via. Loro due sono di Chibli, il caldo gli fa un baffo. Zaaf era piazzato meglio di Molines in classifica: già si facevano i calcoli, a lui la maglia gialla, all’altro la tappa. Ma a quindici chilometri dall’arrivo, Zaaf comincia ad andare a zigzag. I commissari di corsa lo bloccano. Lo fanno scendere dalla bici. Lui protesta, rimonta in sella. Pochi metri e comincia di nuovo a barcollare. Sbatte sul ciglio della strada, sotto un platano. E’ cotto. Si addormenta di colpo. La gente lo circonda. Gli urla: “Alzati, continua a correre, stai per vincere!”. Lui si sveglia, inforca la bici, riparte a tutta birra. Ma dalla parte sbagliata, in direzione di Perpignan. La folla lo blocca. Qualcuno invocò l’ambulanza. Zaaf finisce la tappa: in ospedale.

Dicono che si fosse ubriacato per colpa di un tifoso che gli aveva passato una borraccia di vino rosso. Il musulmano Zaaf non reggeva gli alcolici. I giornali scrissero che era stato vittima di una crisi di disidratazione. E doping. Il giorno dopo Zaaf ammise che dopo ogni tappa tutti volevano bere un bicchiere di vino con lui, “io non potevo rifiutare, e alla fine mi sono ubriacato”. La disavventura lo rese famoso: venne ingaggiato spesso nei circuiti e riuscì a farsi un buon gruzzolo. La fortuna durò tuttavia poco. Di lui si persero le tracce. Sino a quando non venne riconosciuto in una stazione ferroviaria parigina: era malconcio, ferito da un soldato, senza cure e senza soldi. Finì in galera perché sospetto di contrabbando. Beccò due anni e il diabete che gli danneggiò la vista. Morì a sessantanove anni, nel 1986. In Algeria, dalla quale era andato in fuga a colpi di pedali. 

Letture consigliate – Marco Pastonesi, “La corsa più pazza del mondo”, storie di ciclismo in Burkina Faso e in Mali, gustosa prefazione di Gianni Mura, Ediciclo editore, 2007.