Enzo Biagi tornerà “in onda” grazie all’iniziativa del Fatto Quotidiano in accordo con Bice e Carla Biagi. Da giovedì 11 luglio fino alla fine dell’estate il giornale riproporrà le sue indimenticabili interviste, quelle che hanno fatto la storia del giornalismo italiano: da Michele Sindona a Luciano Liggio, da Francois Mitterrand a Margaret Thatcher, da Robert Kennedy a Malcom X, dal presidente Sandro Pertini al segretario del Pci Enrico Berlinguer, Pierpaolo Pasolini, Patrizio Peci, Cassius Clay, da Primo Levi al professor Albert Bruce Sabin che inventò il vaccino contro la poliomielite e non volle un dollaro per sua la scoperta, e tante altre ancora. Uno straordinario omaggio al grande giornalista a undici anni dalla chiusura, per un editto bulgaro, della trasmissione che una giuria composta da tutti i critici televisivi, premiò come il miglior programma di informazione dei primi 50 anni della Rai: Il Fatto di Enzo Biagi. Il 18 aprile 2002, come tutti i giorni, eravamo in redazione quando arrivò quell’agenzia che cambiò la vita professionale di Biagi e di tutti noi. Il presidente del Consiglio Berlusconi, dalla Bulgaria, durante una conferenza stampa con il primo ministro bulgaro, disse: “L’uso fatto da Biagi, Santoro, Luttazzi della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti è stato un uso criminoso”. Ricordo che avevamo appena registrato la puntata della sera, ma pensammo di sostituirla per dare una risposta al Cavaliere. Biagi: “Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci”.

Poi aggiunse: “Signor presidente la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia perfino in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un’occhiata, nella Costituzione”. L’ultima puntata del Fatto andò in onda il 31 maggio: otto edizioni, 834 puntate, una media del 24% di share con oltre 6 milioni di telespettatori (record un’intervista a Roberto Benigni: 12 milioni il pubblico, 40,32% lo share). Enzo Biagi aveva iniziato a lavorare in Rai nel 1961 come direttore del telegiornale. Era l’anno delle grandi innovazioni: Jurij Gagarin fu il primo uomo a volare nello spazio, a Milano si costituì la prima giunta di centrosinistra, l’anticipazione di quello che sarebbe avvenuto nel marzo dell’anno successivo quando il Psi di Nenni decise di appoggiare il governo Fanfani. Anche la presenza di Biagi al telegiornale fu un segnale di cambiamento. Fece diventare commentatore televisivo Giorgio Bocca. Il suo primo intervento fu sui preti proprietari terrieri: uno scandalo. Debuttò in tv anche Indro Montanelli , che parlò di Trotskij e di Stalin, tabù per l’epoca. Fino allora Biagi credeva che il giornalismo fosse quello della carta stampata, disse di sì alla Rai di Ettore Bernabè per spirito pionieristico: “Andavo a scoprire un modo nuovo di fare il mio mestiere”. Biagi cambiò le regole, scandalizzando i conservatori: fece uscire le telecamere dalla studio, portando in diretta i luoghi dove accadevano i fatti; sostituì l’annunciatore con il giornalista alla conduzione; impose all’azienda che il redattore e la troupe avessero lo stesso trattamento economico in trasferta da permettere di stare tutti nello stesso albergo; lanciò il primo settimanale della televisione italiana: Rt-Rotocalco televisivo. “Pensavo che anche con le immagini si potessero raccontare delle storie e approfondirle come sui periodici di carta. In fondo non mi sono inventato niente, ho solo portato in Rai quella che era la mia esperienza nei giornali”.

Biagi nel corso dei tanti anni di tv (quarantuno), più volte, con le sue trasmissioni, cambiò il linguaggio televisivo. Il programma che più lo rappresenta, a cui è stato maggiormente legato è Il Fatto: un approfondimento quotidiano tra i 5 e i 12 minuti sull’argomento del giorno. Nonostante la breve durata le voci erano molteplici (a volte anche cinque ospiti a puntata): risposte brevi, montaggio serrato, mai un’immagine a copertura dei tagli, sempre dichiarati con un flash bianco tra una frase e l’altra. I politici, dopo un po’, avevano cambiato il modo di parlare di fronte alla telecamera: conciso e mirato al concetto. Poi con il boom dei talk show tutto è tornato come prima. IlFatto nacque sia per un’esigenza di palinsesto che economica: raddoppiare il break pubblicitario nella fascia di maggior ascolto tra la fine del Tg1 e l’inizio della prima serata di Rai1, mantenendo il pubblico del telegiornale. Il nome di Biagi venne fuori da uno studio di comunicazione e marketing e da un sondaggio tra i telespettatori, da cui risultò che il giornalista, il più apprezzato per la sua credibilità professionale e per la sua statura morale, sarebbe stato in grado di andare in onda, senza far perdere ascolto alla rete, nonostante l’incremento di spot pubblicitari.

Lo “stile Biagi” era inconfondibile. Il suo modo di rivolgersi agli intervistati, pacato e rispettoso, senza aria da giustiziere, ma con la chiarezza delle domande (asciutte), non concedeva tregua, inseguiva l’intervistato con la così detta “seconda” o “terza” domanda, fino ad ottenere la risposta. L’intervista veniva preparata nei minimi dettagli attraverso un’attenta documentazione. Nulla veniva lasciato al caso. Vi sono alcune interviste che vengono usate nelle scuole di giornalismo, un esempio: quella al serial killer di prostitute Gianfranco Stevanin. L’assassino inizia negando gli omicidi per i quali è stato condannato all’ergastolo, ma finisce chiedendo scusa ai famigliari delle vittime. Biagi era un compagno di lavoro straordinario, non solo un grande professionista. Era un passepartout in grado di aprire tutte le porte. Le telecamere del Fatto furono le prime ad entrare nel Groud Zero dopo l’attentato dell’11 settembre, quelle immagini fecero il giro del mondo. Il suo carattere, qualche volta un po’ umorale, non era una delle sue migliori qualità. Alla mattina, verso le 9, Biagi arrivava in redazione con il cabaret delle brioches che appoggiava sulla scrivania della segretaria, poi andava nel suo ufficio. Da come chiudeva la porta si capiva tutto: se c’era il botto erano cavoli nostri. La riunione iniziava sempre in grande silenzio, ma alla sua prima battuta, che non mancava mai, l’atmosfera come d’incanto cambiava e lui tornava ad essere di nuovo il “nonno”. Questo era il suo soprannome, non dovuto all’età ma ai capelli bianchi che aveva già a quarant’anni. Tra di noi non lo chiamavamo mai Biagi o direttore: “il nonno ha detto”, “il nonno ha fatto”, “bisogna chiederlo al nonno”. Sono passati undici anni da quell’ultima puntata. Sono stati diversi i giornalisti che, senza paragare “diritti”, hanno provato inutilmente di clonare il Fatto di Enzo Biagi: Pigi Battista, Giannino, Berti, Mimun, e per ultimo Ferrara. Che errore. L’affetto dei telespettatori non lo si conquista grazie ad uno spazio strategico di palinsesto.

Da Il Fatto Quotidiano del 4 luglio 2013