La macchina del tempo. Sentire pronunciare nella stessa settimana le parole “verifica di governo” (Monti) e “cabina di regia” (Letta) mette un certo brivido che non dispiacerà a chi ha l’età per ricordarsi della Prima Repubblica. Ok, ridatemi anche la mia Vespa 125, certi bei dischi di rock’n’roll come non se ne fanno più e la serafica, meravigliosa idiozia dei miei vent’anni e ci sto, affare fatto, non è male sentirsi 25 anni di meno. Che tra l’altro, essendo la disoccupazione tornata ai livelli del 1977, l’aria vintage non è solo una suggestione.
Tra le parole antiche, nessuno ha ancora evocato le “convergenze parallele”, dev’essere una svista, perché le convergenze parallele ci sono eccome: uno (il Pdl) molla il suo decreto sulla giustizia; l’altro (il Pd) smette di insistere sul Porcellum, insomma, uno scambio in piena regola. Uno dei tanti. A condurre la danza, poi, una specie di reincarnazione della vecchia Dc, troncare e sopire, sopire e troncare, appianare gli ostacoli fingendo di non vederli, raddrizzare gli angoli, durare per durare, rimandare il rimandabile e anche di più, attuare con certosina perizia una vecchia battuta di Altan: “Perché stare fermi quando si può stare immobili?”.

Unica variante (e parola nuova), lo “stimolo”. Funziona così: voi tornate a casa, la sera, e tirate uno schiaffone alla moglie. Quando lei si lamenta, o reagisce, o chiama i caramba, voi esclamate stupiti: “Ma che dici cara, è uno stimolo!”. Ecco, nella pace dei santi di un governo uso a rimandar tacendo (l’Imu, l’Iva, le riforme, gli F-35…), lo “stimolo” è l’unica variante leggermente inedita. Non passa giorno che qualcuno del Pdl non tuoni contro il suo stesso governo, con la mirabolante figura di Alfano che si pone ultimatum da solo.
Quanto a Monti, la sua conclamata inconsistenza unita all’impennata orgogliosa di chiedere una “verifica”, rischia di farne una specie di Lamberto Dini nuova versione, e vedete che il passato ritorna ancora.
Senza contare, ovvio, le diatribe interne al Pd, se ci si prenda il partito per fare poi il premier, se le due figure debbano coincidere, e se nel caso debbano farlo nella figuretta di Renzi Matteo, uno che si agita parecchio tipo l’antico Bettino di inizio anni Ottanta (e “doppio incarico” è anche quello un tormentone del tempo che fu, tra i De Mita, i Craxi e i Forlani, nel mesozoico del nostro scontento).

Metteteci l’ultimo vero andreottiano rimasto, Totò Riina, e ditemi voi se non rivolete indietro una trentina d’anni vissuti pericolosamente. E allora, si dirà. Niente male per una fase politica che si era aperta all’insegna di parole come “rinnovamento”, o “cambiamento”, o simili speranze. Perché il fatto inedito c’è, ed è clamoroso: una forza politica molto consistente (il M5S) è entrata nel gioco. Occupa molti posti, conta molti voti in Parlamento, rappresenta molte istanze anche condivisibili.

Ma quella forza se ne sta ferma e immobile, impegnata al più a litigare al suo interno, a espellere questo e quello, a discutere di democrazia interna, di leader, paraleader, guru e paraguru. Uno splendido isolamento che ha le sue ragioni (riassumo con un detto contadino: degli altri, il più pulito c’ha la rogna), ma che non può più bastare. “Scendere in campo” è un’espressione orribile. Ma se si scende in campo, poi, bisogna giocare. E se non si gioca il rischio è di lasciare un paese nella macchina del tempo, tra “verifiche” e “cabine di regia”.

Il Fatto Quotidiano, 3 Luglio 2013