Ci sono spazi per i quali i rendering non possono provare a rappresentare l’impatto del costruito sull’intorno. Se non in maniera molto sfumata. Luoghi i cui accentuati caratteri naturali, anche se in parte già stravolti dalla violenta antropizzazione, dovrebbero costituire un insormontabile ostacolo alla realizzazione di ulteriori urbanizzazioni. Sfortunatamente quel che il buonsenso suggerirebbe rimane nell’intenzione di pochi. Anzi.

A Roma poi accade con una frequenza scandalosa. La fascia al di qua e quella al di là del GRA (Grande Raccordo Anulare) terra di conquista per i soliti noti. Quelli che hanno costruito la città almeno degli ultimi sessant’anni. Certo il rischio è stato di vedere ancora costruzioni in aree nelle quali ambiente e Storia s’incontrano sovrapponendosi indissolubilmente. E’ andata bene. Quanto promesso non si è concretizzato. Se non in parte. Considerato che tra le celebri delibere in tema di urbanistica, presentate sul filo di lana dalla morente consiliatura, qualcuna è stata approvata. Come quella relativa al programma di intervento urbanistico “Di Brava”, in località via del Pescaccio/via di Brava, nel XII Municipio. Quadrante occidentale di Roma, il GRA a un passo, su un lato, l’Aurelia, poco più lontana, su un altro. Un’area, quella tra via del Pescaccio e via di Brava, in cui la delibera 70/2012 sancisce “l’approvazione, in variante al Piano regolatore, del programma di trasformazione urbanistica denominato ‘Via Brava’”. Diritti edificatori, ottenuti per una zona, quella dell’ex comprensorio M2 S. Fumia, ma rilocalizzati in un’altra, per un totale di più di 173mila metri cubi di residenziale. Insomma un’altra storia di compensazioni. Qui, sui circa 14 ettari pianeggianti, delimitati da una fila di begli eucaliptus, c’è molto verde da tempo in abbandono. E poi, nel settore sud-ovest, il complesso produttivo dismesso del Molino Agostinelli, costituito da una serie di edifici non unitari e fortemente degradati. Da abbattere. Elemento tutt’altro che trascurabile, da Nord a Sud, l’area è attraversata da un corso d’acqua a carattere torrentizio, anch’esso come l’ex Molino, degradato. Ma rispetto a quello, da mantenersi.

Un’occhiata agli spazi intorno alla zona che sarà urbanizzata chiarisce la logica che ha indirizzato la scelta. Viabilità a parte, certo. Dal momento che via del Pescaccio e ancor più via di Brava sono viabilità al momento del tutto insufficienti a sopportare il futuro traffico veicolare.  

Nello spazio di risulta tra via del Pescaccio e il Gra l’edilizia di grande mole, che si fa fatica a definire architettura, ha un suo ingombrante avamposto. Un edificio di sette piani, tutto vetrato, nel quale ci sono degli uffici. Poi la struttura in cemento armato a vista, bassa ma molto sviluppata, nella quale c’è la Metro. Infine un alto edificio dalle linee rigide ma dai colori improbabili nel quale ci sono le sedi di Astral, del Comando della Regione Lazio del Corpo forestale dello Stato e di altri uffici della Regione. Sul lato opposto della strada è un complesso di villette che si sviluppa, parte in piano e parte sull’altura, tagliata dal passaggio del GRA. Salendo su quest’ultima oppure raggiungendo l’estremità del comprensorio, si può spaziare con la vista sui terreni a grano che partendo dall’altezza dell’ex Molino quasi si perdono all’orizzonte.

Invece dall’altra parte di via di Brava, sull’altura allungata, c’è il complesso della Scuola di Polizia penitenziaria “Giovanni Falcone”.

A monte, negli anni passati, la Soprintendenza archeologica ha proceduto a delle indagini preventive attraverso la realizzazione di numerose trincee, ravvicinate. Sfortunatamente i risultati di quelle ricerche non sono noti, cosicché rimane impossibile per i non addetti ai lavori conoscere la rilevanza storica dell’area.

Le contrarietà al progetto “di riqualificazione dell’area di insediamento e dei tessuti circostanti” attraverso la realizzazione di “edifici contenuti in altezza e a basso impatto ambientale” a differenza di molti altri casi non sembrerebbero nascere dalla presenza di testimonianze archeologiche. Ma da questioni più specificatamente urbanistiche. E’ mai possibile che l’unica risposta possibile alla presenza di aree semi urbanizzate in zone di cintura, sia quasi sempre la densificazione? Non sarebbe preferibile rinsaldare il rapporto con la città in altro modo? Magari fornendo maggiori servizi, arricchendo la proposta, lì dove ci sono recuperando alla collettività gli edifici in abbandono. L’idea che sia necessario colmare i vuoti esistenti con nuove costruzioni, quasi disinteressandosi di costruire spazi di aggregazione per il tempo libero, una stortura che il PRG del 2008 ha per certi versi codificato. Con il frequente ricorso allo strumento della compensazione. In quest’angolo di ex agro romano ancora un cantiere e delle gru. Che prima faranno tabula rasa degli edifici esistenti e poi alzeranno nuovi edifici. Per chi ci abiterà Roma sarà lontana. Più di quanto dovrebbe. Forse la viabilità sarà facilitata dallo sviluppo di nuove arterie, oltre che dall’incremento di quelle esistenti. Ma è più che probabile mancherà il tessuto connettivo. Insomma gli spazi di socializzazione. Quelli che impediscono che un nuovo quartiere si trasformi nell’ennesimo non-luogo. Che la città sia a tutti gli effetti una somma imperfetta delle sue tante parti.