Melina ha partorito ad aprile. Anna, Cristina, Arianna, Peppa, Rosalba, Stefania, Manuela hanno avuto il loro bambino a maggio. In attesa ci sono Francesca, Vita,Paola, Cinzia, Mery, Giusi, Giuseppina, Maria Rosa, Luisa, Carola, Linda, Eva, Ketty, Enza, Giovanna, tutte prossime alla scadenza dei fatidici nove mesi. Sono tutte donne di Pantelleria dove l’ospedale, il “Bernardo Nagar”, c’è, ma dove non si può partorire.

Il “punto nascita” dell’ospedale infatti è chiuso da marzo scorso e la riforma sanitaria ha diminuito la presenza dei punti nascita in Sicilia. Non solo. C’è una norma nazionale che impone la chiusura quando le nascite annue rimangono al di sotto delle 500 unità. Il governo regionale guidato da Rosario Crocetta ha provato a superare questo limite, ma il decreto per fare riaprire il punto nascita è stato “bocciato” dal ministero: due interrogazioni parlamentari, una del Partito democratico e un’altra del Movimento 5 stelle sono intanto in attesa di risposta da parte del ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Intanto a Pantelleria, dopo la protesta delle donne che nel marzo scorso si sono incatenate davanti all’ospedale Nagar, sono 38 le donne che hanno partorito fuori dall’isola, negli ospedali di Trapani e Palermo. Altre 54 donne sono prossime a partire. Dall’Azienda sanitaria provinciale di Trapani continuano a dire, in burocratese, che il “punto nascita” di Pantelleria funziona: “E’ una grossa bugia – dice Monica Modica – Qui nessuna donna può partorire. Certo se c’è un’emergenza, come c’è stata lo scorso aprile, il parto viene portato a termine qui a Pantelleria. Ma in generale il parto viene affrontato come se fosse una patologia, altro che lieto evento”.

L’allegria della momento della nascita è anche attenuata dal “caro costi”. Melina Bonomo ha partorito a maggio una bella bambina, Jasmine: “Partorire è bellissimo – dice – anche se per far nascere Jasmine abbiamo dovuto spendere 5mila euro. Sono dovuta partire il 23 marzo da Pantelleria, ma Jasmine è nata l’11 maggio al Civico di Palermo quindi, fino al 5 maggio, ho abitato in un residence. Poi ogni due, tre giorni dovevo mettermi in fila e attendere un’intera giornata per fare i tracciati, con sei, sette ore di attesa quando nella mia isola, in un’ora avrei fatto tutto. Inoltre mi trovavo fisicamente a Palermo, ma con il pensiero ero sempre a casa, là dove sono rimasti l’altro mio figlio, Samuel e mio marito che periodicamente veniva a trovarmi anche lui perdendo ore di lavoro e facendo grandi sacrifici”.

Roberta Pavia Restivo è stata invece 18 giorni in ospedale a Trapani, il marito in un albergo totalizzando una spesa di 3500 euro: “Vorremmo maggiore partecipazione da parte dell’Azienda sanitaria e invece vediamo che tanti si disinteressano di fronte a quanto accade”, dice Sabrina Rocca. Con l’associazione “Trapani Cambia” della quale è presidente, Sabrina ha dato una forma concreta alla solidarietà assistendo le partorienti e riuscendo anche a strappare a una clinica privata un ricovero senza costi. “I fatti concreti – spiega – sono questi, non quelli promessi dal governatore Crocetta che il 29 marzo ha annunciato che tutto era a posto.

Questa storia ha anche un altro risvolto, se possibile più grave: il pericolo che corrono le partorienti. “Alcune rifiutano il trasferimento coatto, si nascondono. Alla 36ma settimana di gestazione dovrebbero lasciare l’isola, ma non tutte lo fanno, e così spesso interrompono le visite di controllo in ospedale per non incappare nel “foglio di via”. Caterina Giglio si è messa a capo del movimento “Vogliamo nascere a Pantelleria”: “Invitiamo – dice – l’assessore regionale alla Salute, Lucia Borsellino, il governatore Rosario Crocetta, i sindaci delle città e delle isole minori coinvolte, i dirigenti delle Aziende sanitarie provinciali di Trapani e di Palermo a ragionare su una soluzione tempestiva che fermi questi “allontanamenti forzati”. Perché, si sa, i bambini non aspettano per nascere, ai bambini non interessano i tempi della politica. Ma la politica deve interessarsi dei bambini. Subito”.