Morena Fanti l’ho conosciuta a Bologna, tra portici, librerie, presentazioni, trattorie. Ma prima ancora avevo incontrato la sua scrittura: ‘Orfana di mia figlia‘ è un libro che non si dimentica. reb

La centesima finestra

di Morena Fanti

venerdì

Sul tabellone, il treno da Sanremo era indicato in arrivo alle ore 10,00, sul binario tre. Dario e Fabio aspettavano dietro la riga gialla, come ricordava la voce all’altoparlante, camminando avanti e indietro. Ogni tanto si fermavano a fissare il punto da cui sarebbe sbucato il treno. Pantaloni sportivi e maglione per Fabio – un bel cambiamento dai completi su misura e le cravatte in pura seta di Marinella -, jeans di velluto e polo a righe per Dario. Avevano lasciato la giacca sull’auto. Fa più fico, aveva detto Dario e Fabio l’aveva guardato come avrebbe guardato un adolescente in jeans con il cavallo basso e le mutande a vista.

Durante il viaggio da Genova a Imperia avevano parlato di Annalisa. Dario continuava a fare domande e ipotesi sul motivo della sua proposta, ma Fabio aveva troncato subito il discorso: «Ha voglia di rivederci e basta». Dopo questa risposta, Dario era rimasto in silenzio: aveva capito che l’amico si era irritato.

Fabio non sopportava chi faceva troppe domande. Dario è ancora insicuro: sembra un ragazzo mai cresciuto. Ma gli voglio bene anche per questo. Guardò l’amico: il viso era magro ma non scavato e il suo sorriso era sincero e spontaneo come sempre. I capelli scuri erano un po’ lunghi sul collo ma nel complesso aveva un’aria curata, anche se era più basso di lui e meno ricercato nell’abbigliamento.

«Sei in gran forma. Per essere uno che sta tutto il giorno a un tavolo da disegno non te la cavi male».

«Anche tu non sei male. Per essere un milionario non sembri tanto stronzo». Dario rise mentre lo guardava dalla testa ai piedi, come soppesandolo. Fabio stava per replicare, ma il passaggio di una ragazza fasciata in un paio di pantaloni così stretti da sembrare dipinti li bloccò. Si girarono per seguirne il cammino.

«Un bel sedere sa fermare ogni conversazione» disse Dario. Quando lei sparì alla loro vista, proseguì: «E Liz come sarà? Magari è brutta e grassa».

«Non riesco a immaginare Lisa diversa da com’era». Fabio aveva sempre chiamato Annalisa con quel diminutivo e l’aveva usato senza pensarci, come aveva fatto Dario dicendo “Liz”. Era sempre stato un loro modo per pensare ad Annalisa come se fosse una “proprietà privata” e la sua amicizia non fosse una condivisione totale.

Dario controllò l’orologio e poi guardò di nuovo verso il binario. Fabio mise la mano in tasca e prese il cellulare.

La protesta di Dario fu immediata: «Ma non si era detto niente cellulari?»

«Non essere pedante. Verifico come sta andando la Borsa. Ho in ballo un affare».

«Tu hai sempre in ballo qualcosa. Dai, spegni quel telefono».

In quel momento il treno comparve in fondo al binario. Fabio spense il cellulare e Dario si passò le mani sui capelli, raddrizzò le spalle e respirò a fondo.

Lei scese per prima, davanti a tutti, in giacca azzurra, jeans e stivaletti, capelli legati e trucco leggero, uguale a come la ricordavano e a come avevano desiderato. Dario si fece avanti per primo: «Sei bellissima. Che bello vederti» le disse mentre l’abbracciava. Era commosso e non si decideva a farsi da parte.

«Lasciala respirare. Devo ancora salutarla». Fabio la prese tra le braccia spingendo da parte Dario. «Sei stupenda». La baciò sulle guance e la guardò soffermandosi su ogni particolare del suo volto.

«Anche voi non siete male» replicò lei fingendo uno sguardo ammiccante che li fece sorridere. «Andiamo, togliamoci da qui».

In macchina parlarono di tante cose, ma alcuni argomenti furono evitati come per un tacito accordo: forse fu per questo che raccontarono poco delle loro vite e delle famiglie che avevano lasciato a casa. Con un breve accenno, alcune parole in mezzo ad altri discorsi, si dissero i nomi dei rispettivi compagni di vita: Laura, Rita e Paolo, il nuovo compagno di Annalisa. Toccarono velocemente anche l’argomento figli: Dario disse dei suoi due bambini, di sette e dodici anni, Sofia e Luca, Fabio rivelò di non avere figli e Annalisa raccontò sorridendo della sua bambina di dieci anni, Erica, che era dalla nonna e perciò in ottime mani.

Questi discorsi non avevano nessuna importanza in quel venerdì di sole e vento leggero mentre la Liguria correva sotto i loro piedi. La Maserati Quattroporte GTS di Fabio – “Un’auto di gran lusso. Chissà quanto costa”, aveva pensato Dario che andava spesso a piedi e non amava guidare. “Una meraviglia. Fabio ha sempre avuto classe”, era stato il pensiero di Annalisa, che di auto non capiva molto ma sapeva notare le cose belle – era comoda e aveva finiture eleganti. Mentre si godevano il viaggio, Annalisa raccontò di come aveva scoperto l’esistenza di Cervo, il paese verso cui stavano viaggiando. Dario continuava a interromperla chiamandola “Liz” e lei gli dava secchi colpi sul braccio sporgendosi verso il sedile posteriore, mentre Fabio guidava nelle stradine strette e piene di ombre – s’intravedeva il mare, laggiù, sulla destra -, schivando le altre auto e i rari pedoni.

Passarono in mezzo a paesi che conservavano una bellezza d’altri tempi, da cartoline invecchiate per i troppi passaggi di mani, con quelle case colorate e le colline sullo sfondo. In certi tratti la strada costeggiava il litorale, una spiaggia senza sabbia, dove l’acqua, inondata dal sole, mandava riflessi brillanti. Il mare era calmo e liscio, come certe giornate in cui non si fa nulla e non si ha neppure voglia di rammaricarsene.

Finalmente, dopo una curva, sulla sinistra, videro Cervo: un quadro rosa, giallo e bianco, un ammasso di case inglobate nella collina, che culminavano con il campanile e la facciata in stile barocco di quella che sembrava una cattedrale.

«Non è una meraviglia?» Annalisa richiamò la loro attenzione. «Quella è la chiesa di San Giovanni Battista, ma è meglio conosciuta come “dei Corallini” perché è stata eretta anche grazie ai proventi della pesca del corallo che i cervesi praticarono per secoli nei mari di Corsica e Sardegna. Che cultura eh?»

«Sì, certo, con Internet tutti sanno tutto, cioè non sanno niente» affermò Dario, che non era molto amante del web.

«Invece di continuare questa discussione, vorrei che mi diceste dove devo andare» intervenne Fabio. Dario non rispose, scrutò il viso dell’amico riflesso nello specchietto retrovisore. La praticità fatta persona, pensò.

«Andiamo prima in paese, poi scendiamo al lungomare e cerchiamo un ristorante» disse Annalisa.

Le auto non potevano entrare nel centro storico; lasciarono la Maserati nel parcheggio e si avviarono a piedi. Dario mise il suo borsone a tracolla e trascinò il trolley di Annalisa.

«Ma che ci hai messo? Viaggi ancora con i libri nella borsa?»

«Mica posso andare in giro senza».

«Ma io non ti lascerò il tempo per leggere. Voglio sapere tutto di te e di Fabio. Dobbiamo recuperare».

«Non voglio parlare di ciò che ho fatto o dei vecchi tempi, di quando eravamo “giovani di belle speranze”. Non mi piace rimpiangere le cose».

Ora procedevano in silenzio, nei vicoli stretti, nessuno pianeggiante: o si sale o si scende in questi paesi in mezzo alle colline, ma pari non si sta mai. Annalisa si teneva al braccio di Fabio, Dario era più indietro e li guardava camminare davanti a sé. Niente nostalgie, aveva detto lei, ma a lui si era riaccesa la memoria e stava ricordando tutte le volte in cui erano andati insieme in un ristorante o a qualche concerto. Allora frequentavano le osterie, avevano pochi soldi, e ora Fabio era milionario e anche lui non se la passava male. Di Annalisa non sapeva molto, ma – valutò con un’occhiata veloce – aveva accessori dall’aspetto costoso e indossava jeans firmati. La osservò mentre camminava, confrontandola con l’immagine che aveva di lei, di tanti anni prima.Non sembra siano passati tanti anni, ma non è solo per il suo aspetto fisico. È giovane dentro, piena di idee e di cose da fare. Ha la stessa risata di allora. Si fermò di colpo. Ero innamorato o no?

La proprietaria del B&B disse che non c’erano altri ospiti oltre a loro e li fece scegliere le camere. La prima che videro, tutta decorata in arancione, dalle pareti al copriletto e agli accessori, era molto luminosa e ad Annalisa piacque subito: «Bella, la prendo io». Fabio e Dario scelsero quella a fianco, tutta in blu e azzurro.

«Il tempo di rinfrescarci e scendiamo. Non voglio perdermi nemmeno un minuto» affermò Annalisa mentre chiudeva la porta.

 Quarta di copertina 

La centesima finestra è quella che si apre all’improvviso sullo schermo del pc ed è la finestra attraverso cui entra un ospite inatteso, o inopportuno. Un ospite che cambierà il tuo pc. …o la tua vita.”

È un evento imprevisto, quello che entra nelle vite di Annalisa, Dario e Fabio. Un evento che li spingerà a prendere decisioni che modificheranno la loro vita e le loro percezioni. I tre, amici dai tempi dell’università, si ritrovano dopo molti anni e trascorrono tre giorni in un paese della Liguria. Il loro affetto è tanto forte da spingerli a stare insieme in un modo che non avevano mai osato negli anni di gioventù.

Quando si salutano, Annalisa comunica loro che non si rivedranno più. Sarà davvero così? È possibile dimenticare tre giorni di perfezione, di distacco dal mondo?

Ogni evento trascina e porta lontano una parte di loro, fino a farli diventare ‘diversi’. Ma, dopo qualche settimana, dopo avvicinamenti e qualche circostanza taciuta, la situazione precipita. È in quel momento che ognuno di loro dovrà accettare una parte che non credeva di possedere.

Il romanzo è stato auto pubblicato in ebook a giugno 2012 

Biografia

Morena Fanti, dal 2001 pubblica in vari siti web. Ha collaborato al quindicinale La voce dell’Isola e alla rivista culturale Pentelite diretta da Salvo Zappulla. Ha collaborato anche al litblog Viadellebelledonne ed è stata fondatrice della rivista omonima. Suoi racconti sono presenti in varie antologie, tra cui Fobie (Ciesse edizioni, 2011). Ha pubblicato il libro Orfana di mia figlia (editore Il pozzo di giacobbe, 2007).

morenafanti@gmail.com

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