Nonostante la recente riforma dello strumento militare, il Parlamento non può porre il veto all’acquisto degli F-35 e in generale a tutte le spese militari “che per loro natura rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”. La nota diffusa dal Consiglio supremo di Difesa, riunitosi oggi sotto al presidenza di Napolitano, ha suscitato la dura reazione del Pd.

Il capogruppo democratico in commissione Difesa della Camera, Gian Piero Scanu, si è affettato a difendere la riforma militare voluta dal Pd, ricordando che questa “attribuisce al Parlamento la competenza primaria in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma” e sottolineando come la recente mozione di maggioranza sugli F-35 “ribadisce la titolarità del parlamento su questa materia e impegna il governo a tener conto delle proprie indicazioni”.

Al Fatto Quotidiano, Scanu dismette per un attimo “l’eleganza di toni impostagli dal suo ruolo di capogruppo” parlando una “manifestazione inaudita” da parte del governo, interpretandola come la dimostrazione della reale “efficacia” della mozione unitaria sugli F-35 che il Pd ha votato alla Camera insieme al Pdl: “Se la mozione non avesse avuto l’efficacia che le abbiamo conferito, non ci sarebbe stata questa reazione”.

Di ben altro avviso è il Cinquestelle Massimo Artini, vicepresidente della Commissione Difesa, secondo cui il Consiglio supremo di Difesa, purtroppo, dice il vero, poiché i poteri di controllo parlamentare stabiliti dalla riforma militare Pd e ribaditi dalla mozione di maggioranza sugli F-35 sono in ultima analisi non vincolanti per il governo. “Mi spiace per Scanu – dice Artini – ma al netto delle possibilità linguistiche che si possono utilizzare, quella legge (la 244 del 2012, ndr) parla chiaro: le Commissioni possono bloccare solo programmi non coerenti con i piani presentati dal governo stesso, che ha quindi l’ultima parola”.

Ancor più dura la reazione delle associazioni pacifiste che da anni chiedono la cancellazione del programma F-35 e che erano rimaste molto deluse dalla debolezza della mozione di maggioranza votata in Parlamento da Pd e Pdl. “Non si capisce – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo – come mai il Senato e la Camera possano definire il livello delle tasse per ciascun contribuente, abbiano il potere di decidere tagli alla Sanità e al sostegno per anziani e disabili, possano definire le decisioni riguardanti le politiche del lavoro e per i giovani, ma non possano dire nulla di definitivo sull’acquisto di armamenti, in particolare sulla loro cancellazione”.

Se sulle spese miliari la Difesa mantiene ampi poteri, pare non sarà così anche quanto riguarda l’export militare. Proprio oggi, infatti, il Parlamento è riuscito a bloccare il tentativo del governo di infilare nel ‘Decreto del Fare‘ un provvedimento che – per dirla con le parole del generale Fabio Mini – mirava a “istituzionalizzare il ruolo della Difesa come trafficante di armi e piazzista estero al servizio di Finmeccanica, sdoganando il gigantesco conflitto di interessi tra apparato militare e industria bellica”. Parliamo della norma che prevedeva che la Difesa potesse “svolgere per conto di Stati esteri attività di supporto tecnico-amministrativo ovvero contrattuale per l’acquisizione di materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale”.

Sullo stralcio, o meglio sul “depotenziamento” di questo articolo “molto pericoloso” secondo Artini, la soddisfazione di Scanu supera quella del deputato Cinquestelle. Dopo due giorni di discussione in Commissione Difesa, durante la quale lo stesso sottosegretario Roberta Pinotti ha riconosciuto la necessità di rivedere il provvedimento, il presidente della commissione Elio Vito (Pdl) ha provato a forzare la mano. “Ce le siamo date di santa ragione, l’ho pestato di brutto“, racconta Scanu, spiegando che alla fine il provvedimento che rimarrà nel decreto è stato “evirato”.

Una piccola sconfitta per la potente lobby politico-industriale che ruota attorno a Finmeccanica, ora presieduta dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro: “Un uomo che non ha nessuna competenza industriale – commenta sdegnato Artini – e che non è mai stato trasparente, ma forse è proprio questa la dote per cui è stato scelto”.