L’economia italiana non cresce da quindici anni, ristagna, arretra. L’Italia è in una condizione simile a quella di un’impresa intrappolata in un modello organizzativo che non è più conveniente visti i cambiamenti esterni, ma che essa è incapace di modificare per la difficoltà a intervenire simultaneamente su tutte le variabili rilevanti. L’Italia è bloccata in un cattivo equilibrio.

All’inizio degli anni ’90 le imprese automobilistiche europee ed americane capirono che le imprese giapponesi erano molto più efficienti e innovative grazie a un diverso modello organizzativo e produttivo (la cosiddetta lean production). I gruppi europei e americani allora cercarono di adottare modelli di produzione flessibile ma ben presto si resero conto che bisognava agire simultaneamente su più fronti: acquisire nuove tecnologie produttive, approntare nuovi metodi di gestione dei flussi logistici, cambiare i modelli di organizzazione, rivoluzionare le modalità di sviluppo dei nuovi prodotti, trasformare la rete e i rapporti con i fornitori, modificare la stessa rete di vendita e la gestione finanziaria. Tutte queste strategie erano tra loro complementari: per passare dal modello di produzione rigida tradizionale al modello flessibile i cambiamenti dovevano essere compiuti tutti assieme. Il cambiamento di un solo fattore (un adattamento marginale) non avrebbe avuto effetto, ma avrebbe perfino generato un risultato negativo. Cambiare le tecnologie senza cambiare l’organizzazione, ad esempio, avrebbe ridotto la produttività, avrebbe allungato il time to market dei nuovi modelli e così via, con effetti deleteri sulla performance aziendale. Per abbandonare il vecchio assetto e agguantare i rivali giapponesi  serviva un insieme coordinato di azioni, alcune delle quali singolarmente contro intuitive.

Questa idea di cattivo equilibrio rappresenta  bene la situazione nella quale l’Italia versa da almeno quindici anni. Adattamenti marginali, anche nella direzione giusta, come quelli avvenuti nel mercato del lavoro (maggiore flessibilità), possono determinare anche peggioramenti della situazione se non si accompagnano ad altre azioni.

La flessibilità applicata solo in entrata e solo ai nuovi assunti crea precariato, riduce gli incentivi all’acquisizione degli skills necessari, riduce la produttività delle imprese stesse.

Il modello economico italiano si è finora basato sulla specializzazione in produzione di nicchia ad elevata customization, con impiego di lavoro con scarsa istruzione formale e alta formazione on-the-job, agglomerazioni territoriali che permettono una elevata flessibilità e mobilità interna del lavoro, e un ruolo importante delle banche locali. In un contesto dominato da produzioni di massa, la conquista di nicchie di mercato in molteplici settori (dalla moda ai macchinari industriali) ha offerto, per anni, all’Italia mercati interessanti, ma soprattutto adatti alla produzione di piccola serie che rispondono prontamente alle esigenze della clientela. Siamo riusciti in questo modo a crescere con un sistema produttivo fatto di migliaia di piccole e piccolissime imprese.

Il modello italiano è stato però messo in crisi dalla moneta unica europea e soprattutto dalle caratteristiche della seconda globalizzazione. L’unificazione monetaria fa sì che divari di produttività tra paesi debbano essere compensati da salari e costi più bassi. Oppure: per mantenere competitività dei prodotti i paesi devono raggiungere livelli di produttività pari a quelli dei paesi (dell’area) più efficienti (la Germania). In Europa questo non è avvenuto. L’Italia ha accumulato un ritardo di produttività molto forte nei confronti dei paesi europei più efficienti e innovativi (Germania) e questo ha fatto si che i nostri prodotti divenissero sempre meno competitivi. Molti hanno pensato che il fattore critico  fosse rappresentato dal costo del lavoro. Le riforme del mercato del lavoro hanno quindi in parte cercato di far scendere il “costo d’uso del lavoro”. I salari italiani in effetti sono cresciuti meno che in altri paesi europei. Ma per quanto la concorrenza sul costo del lavoro sia importante, non è questo l’elemento centrale della difficoltà incontrata dall’industria italiana. Il nodo vero è quello della produttività e dell’innovazione. La seconda globalizzazione infatti ha comportato  una frammentazione e ricomposizione della catena del valore (great unbundling dice Richard Baldwin). Le nuove tecnologie consentono a chi opera su mercati molto ampi, di raggiungere segmenti di mercato per i quali prima si adattavano tecnologie quasi artigianali usando invece tecniche di produzione di massa. Insomma è svanito il vantaggio di essere piccoli e di specializzarsi in nicchie di mercato. Oggi si possono customizzare prodotti producendo su larga scala e sfruttando così economie di scala e di varietà dinamiche. “Piccolo non è più bello”. Inoltre, data l’elevata domanda, le stesse fasi produttive possono separarsi e collocarsi nelle aree geografiche che presentano i maggiori vantaggi competitivi comparati. Il ciclo produttivo si è frammentato non più solo su una scala locale, ma su una globale.

Il vantaggio dell’industria italiana è via via diminuito e oggi siamo in una fase di gravissima crisi industriale. Ogni giorno viene annunciata la chiusura di un’azienda e interi settori sono in difficoltà.

Chi sostiene che bisognerebbe puntare su politiche industriale volte a favorire tout court i settori ad alto contenuto tecnologico sbaglia, è vittima di una visione antica. Oggi non conta tanto il settore ma quanto il posizionamento nella divisione internazionale del lavoro. L’industria tedesca ha sperimentato un profondo processo di ristrutturazione della propria catena del valore e oggi è molto competitiva.

Il guaio però è che per passare dal vecchio modello italiano a quello nuovo, indispensabile per tornare competitivi bisognerebbe agire su molti fronti: istruzione e formazione dei giovani e dei lavoratori; modelli organizzativi dentro e tra le imprese; reti logisitiche; sistemi distributivi, rapporti coi fornitori; delocalizzazione e global value chain; finanza  e assetti proprietari delle imprese; rapporti col territorio.

Servirebbe una rivoluzione industriale.

Servirebbe un quadro di certezze anche da parte del governo e delle politiche economiche, servirebbe un grande patto nazionale per accelerare i tempi di questo big bang.

Servirebbe una classe dirigente coraggiosa capace di indicare il sentiero.