Terzo appuntamento con la nuova rubrica del Fatto.it: Leonardo Coen, firma del giornalismo italiano, racconta il centesimo Tour de France tra cronaca, ricordi, retroscena e aneddoti.

Oggi come oggi le quote delle scommesse sul Giro di Francia sono quelle riportate nella tabella qua sopra: rispettano i pronostici, riassumono le valutazioni dei tecnici, si spalmano perfettamente su quanto si è visto sinora. Come ai sommelier basta un goccio di vino per capirne le qualità, così alla ‘parrocchia’ del Tour – la sacra congregazione di direttori sportivi, ex campioni, corridori loquaci per contratto e corridori che si confidano prima della punzonatura, giornalisti e sponsor – sono bastate poche pedalate d’assaggio nel pittoresco e turistico prologo in Corsica per stabilire le gerarchie del gruppo e dissolvere ogni dubbio. C’è un grande favorito e uno sfidante. Poi, a debita distanza, segue l’intendenza.

Il britannico Chris Froome corre finalmente da padrone, dopo aver fatto il maggiordomo a sir Bradley Wiggins l’anno scorso. L’iberico Alberto Contador smeriglia la forma ma non può camuffare l’attuale condizione che non è la migliore: spera di non soccombere subito e di migliorare in corsa, il Tour solitamente si vince alla terza settimana, anche se nel 1956 ci fu una fuga bidone di trentun concorrenti che al termine della settima tappa arrivarono ad Angers con 18 minuti sul gruppo. Vinse il nostro Alessandro Fantini e maglia gialla divenne il carneade Roger Walkowiak, un francese d’origine polacca che con grande intelligenza amministrò il grande vantaggio. Perse la maglia tre giorni dopo ma rimase sempre nelle prime posizioni della classifica, mentre i galli del pollaio si becchettavano tra di loro, favorendo così la resistenza di Walkowiak che correva per la squadra regionale del Nordest francese. I mitici Charly Gaul e Federico Bahamontes, l’Aquila di Toledo, infiammavano coi loro duelli all’ultimo pedale sulle rampe e i tornanti dei Pirenei e delle Alpi (con la complicità del belga Stan Ockers), ma a sorprendere tutti fu proprio Walkowiak che nella diciottesima tappa (la Torino-Grenoble, vinta da Gaul) rimase appeso ai mozzi di Bahamontes. Roger tornò leader della corsa e si difese con le unghie e coi denti: “Capivo che per l’opinione pubblica il Tour era troppo importante per uno come me, ma proprio uno come me poteva dimostrare che il Tour era alla sua portata”. Uno come lui: sensibile, semplice, all’occorrenza coraggioso. Tormentato da un problema ricorrente: i foruncoli del sottosella, il che lo costringeva spesso a correre in punta di sellino, sgraziato nello stile, ondeggiante e nervoso nel colpo di pedale.

Walkowiak vinse quel Tour e per qualche giorno conquistò l’affetto e la considerazione dei tifosi, perché vedevano realizzato il sogno di tutti, essere un giorno campione tra i campioni. Erano gli anni del dopoguerra, e delle grandi speranze. Lui non si illuse più di tanto. Il successo non gli impedì di coltivare sempre la virtù della modestia. “Ricordo che quello fu uno dei Tour più vivaci ed incerti – parola di Walkowiak – Io ero uno che andava sempre in fuga, per cercare di vincere qualcosa nei vari traguardi volanti, allora si correva anche per arrotondare la paga del corridore, che non era mai abbastanza”. Era uno che faceva sempre bagarre, come dicono i francesi, un combattente nato che sapeva andar bene in salita. Aveva buone qualità, Roger, ma nella memoria collettiva restò sempre schiacciato tra l’era Bobet (Louison, gran rivale di Bartali e Coppi, aveva vinto tre Tour) e l’era di Jacques Anquetil (che ne avrebbe vinti cinque di Tour). Ancor oggi, se vince uno che non è tra i favoriti, si dice che è stato “un Tour à la Walko”. Il che non vuol dire che non sia stata anche una corsa tesa, generosa, indecisa, bella e appassionante tappa dopo tappa. Tanto per capirci, quel Tour 1956 (dove c’erano pure i nostri Nino Defilippis e Gastone Nencini) venne corso alla media record di 36,512 chilometri l’ora.

Nella memoria dei vecchi suiveurs resta il passaggio del plotone a Montluçon, la città di Walkowiak: “Tutta l’Alvernia venne a festeggiarmi”. Mancava un giorno alla fine del Tour e Roger vide sua madre, tra la folla, che piangeva per l’emozione: “Ero solo un enfant du pays che stava per vincere la corsa più importante del mondo…”; i compaesani vollero condividere con Roger la sua straordinaria avventura, e pure la maglia gialla provò la più profonda delle emozioni e il suo volto impolverato fu rigato dalle lacrime… Il ciclista modesto, un soldato semplice del plotone, aveva quel giorno i gradi da generale. Quando prese coscienza della sua impresa, “mi pizzicai la pelle perché non ero sicuro che fosse vero”. Sapeva, comunque, che avrebbe pagato la vittoria sino all’ultimo istante della vita: “Già dicevano che ero troppo magro per un così grosso risultato, che avevo vinto perché ero stato sempre regolare e avevo goduto di un gran colpo di fortuna. Ma l’avevo cercata, quella fortuna, e l’avevo conservata…”.

L’anno dopo, non poté difendere la maglia gialla, per colpa di un virus contratto al Giro del Marocco. E nel 1958 concluse il Tour al settantacinquesimo posto. Era tornato Walkowiak, corridore regionale. Nel 1959 si trascinava a stento in coda al gruppo. L’avevano avvilito, mortificato. Qualche successo di poco conto. Appese la bici al chiodo e riprese a fare il tornitore, sbarrando la porta di casa ai giornalisti parigini. Li accusò d’avergli rubato il Tour, di aver ridicolizzato il trionfo. Lo confessò nel luglio del 1985. Solo Pierre Chany non partecipò al massacro mediatico, e Jacques Goddet, il patron del Tour (lo diresse dal 1936 al 1986), che fu il suo difensore più accanito: “Fu un Tour splendido. Ho ammirato il vincitore, per la sua discrezione, per il suo senso tattico, per la sua incrollabile ostinazione”. Gli ricordava, fatte le debite proporzioni, il bretone Louison Bobet. Goddet scrisse un libro per riabilitare “questo corridore di bella mentalità, dall’educazione esemplare, che soffrì così tanto per il disprezzo che accompagnò la sua vittoria al punto da sparire, praticamente, da questo mondo del ciclismo i cui interessi possono spingere sino all’ingiustizia”.

 Lettura consigliata – Jacques Goddet, “L’Equipée belle” edito da Robert Laffont-Stock, 1991. Il passo citato e che ho liberamente tradotto si trova a pagina 194.