Sono andato – non senza timore – alla mostra Anticorpi di Antoine d’Agata, visibile allo Spazio Forma di Milano fino a settembre.
Primo indizio di “anomalia”: d’Agata è un fotografo che fa parte della mitica Magnum, l’agenzia di Capa, Cartier-Bresson e compagni, ma l’ingresso è vietato ai minori.
La mostra, e tutto quello che c’è dietro, davanti, a fianco, è un coacervo di ossimori, di strade che ora si perdono, ora s’incrociano. Un oscuro viaggio, un labirinto senza uscita e dalle molte entrate. Ma soprattutto, per chi si occupa di fotografia, uno schiaffo a troppe rassicuranti certezze che ne definiscono i territori.
Opposti che negano ogni possibile armonia, sul filo di un intento allo stesso tempo autodistruttivo, vitalistico, eccessivo, autentico, violento e – paradossalmente – etico.

foto © Antoine d'Agata - Tokyo, 2008

D’Agata ci vuole dire – e lo fa sulla sua pelle – che il reportage come lo intendiamo noi è fallimentare in quanto sostanzialmente improntato all’ipocrisia; il solo fatto di essere funzionale ad un sistema economico (quello editoriale, per esempio) e alle sue logiche di mercato, rende a monte grottesco parlare di verità, di testimonianza, di etica.
Solo caricando l’inferno su di sé si può provare a raccontarlo. Da dentro, e non da fuori come invece si fa.
Così, Antoine d’Agata comincia ad entrarci all’inferno, negli inferni di questa Terra.
Nomade senza pace, gira il mondo e ne incrocia tutti i bassifondi, condividendone modi di vivere, sofferenze, paure, follie. Vi penetra sempre di più, vive nei bordelli, condivide sesso e droghe con prostitute e reietti, è un gatto randagio che attraversa la notte, il buio diventa un fratello, la disperazione sorella. Fotografa in stato di trance, e via via diventa egli stesso soggetto dei suoi scatti “sgangherati”, mossi, sfuocati, distorti come il loro tempo interno.

foto © Antoine d'Agata - Marsiglia, 1997

Lo spiazzamento, il dubbio e l’incomprensione che ci frastornano sono figli di un equivoco: ma come – ci diciamo – se è un fotografo della Magnum allora questo è reportage, ma se è reportage, è tutto “sbagliato”.
No, è chiaro che su questa strada non possiamo comprendere la cifra di d’Agata. Egli nega al reportage classico qualunque vera potenzialità.
Anzitutto va detto che la Magnum ha in parte cambiato pelle, aprendosi da qualche anno anche ad autori che sconfinano otre il suo recinto “storico”; poi, nel caso specifico di d’Agata, la definizione di reportage regge solo se immaginiamo un reportage dell’anima, consapevoli che l’anima può sbagliare e talvolta deve sbagliare.
Non si dice forse che sbagliando s’impara? D’Agata ha una febbre che gli fa imparare la vita attraverso ciò che noi definiamo errore. Gli errori degli altri, che lui fa propri.
Errori cercati come verifiche, vissuti senza maschere, senza reticenze, senza giudizi, opposti alla falsa e ingessata perfezione di un mondo che lui vede – quello sì – tutto sbagliato.

D’Agata, va aggiunto, ha davvero un passato da fotogiornalista, avendo documentato in precedenza luoghi e situazioni (la Libia, la Palestina, Auschwitz, ecc.).
Ma poi si è lasciato scivolare (o è stato risucchiato?) nei meandri delle pulsioni umane ancestrali e incontrollabili, quelle che quanto più avvicinano alla morte, tanto più fanno gridare per affermare la vita.
Il suo è, dunque, una sorta di viaggio a ritroso. La dissoluzione alla ricerca dell’assoluto.
La sofferenza, anche fisica, spinge nel baratro d’Agata ma è forse l’unica emozione a farlo sentire vivo. Con affranta sincerità, con stoica coerenza, egli ci mostra senza remore cosa produce la fusione di due piani che altri fotografi, per istinto di conservazione, si guardano bene dal far coincidere: il proprio mondo e i mondi attraversati.

Anche l’editing della mostra contribuisce a renderla quasi insostenibile, con quel venirci addosso in maniera ossessiva e distonica. Dobbiamo accettare, per un po’, di vedere – o meglio di percepire – con gli occhi di d’Agata e con la sua ipersensibilità, una ininterrotta serie di strappi.
E’ tutto molto difficile e, con uno scarto, anche tutto molto facile. Dipende dalla posizione di partenza, mentre su quella d’arrivo ogni cosa è in gioco.
Si riemerge dalla mostra stremati, commossi, sconvolti e, misteriosamente, dopo questo tunnel tetro, violento e primordiale, ormai fuori, ci sorprendiamo ad avvertire un prepotente retrogusto di poesia.
Ce ne vuole molta, di poesia, per fare il mestiere coraggioso e disperato di Antoine: giardiniere di fiori d’asfalto.

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