‘O pazzo, uno dei re di Roma, è in carcere. Michele Senese, che la direzione nazionale antimafia definisce boss del narcotraffico, è stato arrestato con l’accusa di omicidio. Da qualche mese era irreperibile dopo che erano scaduti i termini di custodia cautelare nell’ambito di un altro processo nel quale è stato condannato a 8 anni per il possesso di un chilo di droga. Qualcuno potrebbe opportunamente obiettare che un boss in galera, ormai, non è una notizia. Nel caso di Senese la notizia è proprio questa, visto che il boss la galera riesce quasi sempre ad evitarla. Da anni grazie a perizie mediche evita la detenzione, scontando in ospedali giudiziari e cliniche la sua pena oppure evitando il processo perché lui è ‘o pazzo. Non solo.

Sul Fatto abbiamo raccontato, qualche settimana fa, il suo caso rivelando la rete di contiguità, i professionisti al suo servizio oltre alla trama criminale che Senese è riuscito a comporre in questi anni di dominio dell’area sud-est della capitale. L’omicidio per il quale è finito in galera, come mandante, risale al 2001. Un anno dopo ‘o pazzo si trovava rinchiuso, si fa per dire, nell’ospedale giudiziario di Montelupo, in Toscana. Nonostante tutto, passano gli anni e quando viene nuovamente arrestato Senese riesce a scontare i domiciliari in una clinica su via Nomentana a Roma, clinica finita poi al centro di una inchiesta giudiziaria che ha messo sotto indagine una rete di medici e avvocati conniventi. Negli anni ottanta Senese si trasferì a Roma prima di intrecciare rapporti con clan, ‘ndrine e famiglie mafiose e con esponenti apicali della Banda della Magliana. Basti pensare che indagato nell’omicidio c’è anche Domenico Pagnozzi, a capo di un clan campano in rapporti strettissimi con i Perreca, egemoni in alcune zone del casertano.

Non ci sono solo le perizie, la pazzia, ma nella storia di Senese c’è anche un altro tratto, tutto romano. Roma città di mafie, tema più da salotto che da aule di tribunali dove l’articolo 416 bis, l’associazione mafiosa, non viene mai riscontrata. Nel processo Senese l’accusa di mafia è caduta in appello, il suo caso viene così descritto da un magistrato, da anni, in prima linea contro le organizzazioni criminali. “Questo caso – spiega Otello Lupacchini, magistrato presso la Procura generale di Roma – è paradigmatico di un certo modo di affrontare l’associazionismo criminale a Roma. Nessuno nega che i fatti debbano essere provati, ma il sillogismo probatorio deve potersi fondare su massime di esperienza uniformi e non ad assetto variabile, in virtù di condizionamenti ambientali. Fosse stato a Casal di Principe? Nessuno avrebbe avuto problemi a riconoscere, a carico di Senese l’associazione e la mafiosità del vincolo associativo”. Con il nuovo arresto, a meno di nuovi ‘miracoli’, Senese, il boss uccel di bosco, ha finito di volare.