I mercati sono da giorni scossi da violente vendite, partite sui titoli di Stato statunitensi e propagatesi a mercati azionari, emergenti e cambi, dopo la decisione della Federal Reserve, la Banca centrale americana, di avviare la rimozione dell’eccezionale stimolo di politica monetaria col quale la Banca centrale americana ha cercato di contrastare gli effetti della crisi. In questi anni il presidente Ben Bernanke ha confermato la propria fama di studioso degli episodi di deflazione e ha spinto la prassi delle Banche centrali in territorio inesplorato.

Tutte le manovre non convenzionali di politica monetaria adottate sinora sono andate nella direzione di supportare il sistema economico alle prese con la riduzione dell’indebitamento del settore privato. Anche il settore pubblico ha aiutato la Fed: il deficit federale è stato lasciato crescere per compensare la cura dimagrante del settore privato indebitato. Gli Stati Uniti hanno rappresentato l’antitesi dell’autolesionismo dell’Eurozona, dove ancora si attende che la mitologica “fiducia” si manifesti dopo tagli selvaggi al deficit e al debito.

L’azione della Fed è stata centrata sull’abbattimento dei rendimenti di mercato obbligazionario, sia attraverso una comunicazione che rassicurasse i mercati circa la durata dei tassi ufficiali a zero, sia acquistando titoli di Stato a lunga scadenza e obbligazioni ipotecarie. In tal modo, riducendo la redditività di tali investimenti, la Fed sperava di indurre un ribilanciamento del portafoglio degli investitori, verso il mercato azionario ma anche verso tutto quello che, fuori dagli Stati Uniti, avesse rendimenti allettanti.

Caccia al rendimento
Le ripercussioni globali della politica di deflazione della Fed sono vistose: grazie alla simultanea azione espansiva di altre Banche centrali, è iniziata la caccia al rendimento. Fiumi di liquidità si sono diretti verso i paesi emergenti, in parte persino verso i nostri Btp e i Bonos spagnoli, anche grazie alle rassicurazioni di Mario Draghi. Abbattendo la volatilità, la Fed ha reso molto appetibile l’investimento azionario, anche in presenza di utili aziendali non eclatanti. Il ritiro progressivo di quello stimolo eccezionale innesca un movimento opposto: i capitali lasciano precipitosamente le obbligazioni, il cui rendimento aumenta. E ciò danneggia anche il mercato azionario. Capitali in fuga anche dai paesi emergenti, che rischiano di vedere le proprie riserve valutarie pesantemente assottigliate, e di essere quindi costretti a strette monetarie controproducenti per frenare l’emorragia, deteriorando ulteriormente la propria economia.

Bernanke e la Fed avevano promesso di ritirare progressivamente gli stimoli in presenza di calo della disoccupazione e di ripresa delle pressioni inflazionistiche sopra la soglia critica del 2 per cento. La disoccupazione sta rientrando, ma molto lentamente. L’inflazione è addirittura in calo, a livello globale, per effetto di quello che ha tutta l’aria di essere un eccesso planetario di capacità produttiva. Insomma, è difficile scorgere nell’immediato quei miglioramenti richiesti dalla Fed per uscire dallo stimolo, pur in presenza di una congiuntura americana lievemente più tonica. La verità è che ai governatori della Fed, soprattutto quelli locali, fa paura il rischio di creare nuove e più devastanti bolle finanziarie, il cui scoppio trascinerebbe gli Stati Uniti e il mondo verso una drammatica resa dei conti.

Di bolla in bolla
Da una iniezione di liquidità all’altra, nell’ultimo decennio, l’economia statunitense e globale hanno sinora evitato delle devastanti catene di default pubblici e privati ma al prezzo di crescenti squilibri finanziari. Non è necessario avere proliferazione di prodotti finanziari sempre più sofisticati e sempre meno trasparenti, per creare instabilità potenziale. È sufficiente una enorme massa di liquidità che si sposta su determinate tipologie di investimenti. Spesso questa “transumanza” finanziaria è attivamente cercata dalle banche centrali (come nella situazione attuale), altre volte è una conseguenza non voluta. L’esito finale non cambia. Nei singoli Paesi si costruiscono carriere politiche e si individuano fantasiosi legami di causa ed effetto su movimenti che poco e nulla hanno a che fare con la politica economica locale.

Nel mondo esiste uno stock di debito, pubblico e privato, di dimensioni impressionanti. Accettare una logica “liquidazionista”, del tipo “lasciamo che il sistema si ripulisca da solo dagli eccessi, attraverso i default”, è razionale, ma tende anche a sottovalutare le conseguenze di tali eventi sulla vita delle persone. Risparmi di una vita spazzati via, ad esempio, inclusi quelli accantonati per la pensione. Sistemi bancari destabilizzati, disoccupazione di massa, rivolte sociali. Si può affermare che il potere finanziario cattura governi e Banche centrali. Ma si dovrebbe anche aver presente che alcune “scelte” di politica monetaria servono anche a evitare conseguenze disastrose per l’intera popolazione. E ora non possiamo che sperare che la transizione avvenga in maniera morbida.

da Il Fatto Quotidiano del 27 giugno 2013