Non male esordire con un disco intitolato “La discografia è morta e io non vedevo l’ora”. Del resto, la band romana Io non sono Bogte, per affermarlo ha le sue valide ragioni. Capitanata da Daniele Coluzzi, scrittore e musicista indie, dopo essersi addentrato nei meandri della musica indipendente in Italia ha pubblicato nel 2011 un libro intitolato “Rock in Progress” (effequ), in cui oltre a dare consigli su come promuovere, distribuire e far conoscere la propria musica, racconta di come la discografia sia diventata il simbolo di un intero mondo in disfacimento. E Bogte è “quella parte di noi con cui fare i conti, un nemico immaginario, quell’insieme di paure, ansie e frustrazioni che tutti conosciamo, e con i quali ci troviamo a combattere giorno per giorno”, il fantasma neanche troppo celato della discografia stessa, colpevole di aver prodotto quella cultura musicale bassa e quei fenomeni da baraccone usciti dai talent show.

Il loro disco d’esordio, pubblicato da Labelpot Records, è composto da dieci brani dal carattere autobiografico, che fanno i conti con la disastrosa situazione sociale e culturale che il nostro paese sta vivendo. E qualche settimana fa, in concomitanza con le manifestazioni in tutta Italia per il Gay Pride, gli Io Non Sono Bogte – completano la band Carlotta Benedetti (chitarre elettriche), Federico Petitto (basso) e Dario Masani (batteria) – hanno pubblicato il video di Papillon, brano che affronta lo spinoso tema dell’omofobia in maniera semplice, intelligente e provocatoria. Abbiamo intervistato Daniele Coluzzi per saperne di più su questa band.

Daniele, al di là dell’ironia, siete davvero contenti che il mondo della discografia sia in inesorabile disfacimento?
Siamo contenti di questo solo se intendiamo la discografia come il simbolo di un mondo più grande in disfacimento, di un intero sistema basato su equilibri di potere che oggi stanno crollando. Internet è stata l’esplosione di tutto questo mondo, ha sottratto potere e mercato a un sistema ben consolidato fatto di pochissime grandi major che sceglievano pochissimi prodotti e li distribuivano in pochissimi canali radio, giornali e tv, veicolando così anche il gusto della gente, imponendo mode e tendenze spesso discutibili. Al di là di questo, c’è però un intero mondo di etichette che propone progetti importanti e con coraggio. Progetti che possono piacere anche a un pubblico molto vasto, se solo i grandi canali mainstream trovassero il coraggio di passarli. Detto questo, non ce l’abbiamo con le etichette discografiche in sé, anzi le consideriamo uno strumento ancora fondamentale per gli artisti. Tant’è che ne stiamo cercando una per produrre il nostro secondo album!

Come nascono le vostre canzoni?
Io Non Sono Bogte è nato come un progetto individuale, e quindi all’inizio c’erano solo i testi e una chitarra. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Carlotta, Federico e Dario, e siamo diventati una band a tutti gli effetti. I pezzi per il secondo album li stiamo scrivendo tutti insieme, e questo è bellissimo.

Qual è il messaggio che, chi ascolta il vostro disco, vi augurate colga?
Che in questo paese c’è un bisogno grandissimo di rinnovamento e cambiamento, e che noi siamo la generazione giusta per attuarlo. Siamo una generazione bellissima perché non abbiamo nulla da perdere, non abbiamo alternative se non quella di inventare nuove soluzioni, nuovi lavori, nuove espressioni artistiche. Siamo una generazione che darà tanto a questo paese, me lo sento. Vorrei si cogliesse questo ascoltando il disco, e cioè un messaggio di speranza e di coraggio.

Quali sono le vostre influenze musicali?
Ce ne sono tantissime. Alcune sono lodevoli, altre sono decisamente poco dignitose! In generale le sonorità dell’album sono influenzate, a nostro parere, da band come Placebo o, per rimanere in Italia, Massimo Volume. Ma c’è dentro anche tanto punk-rock e soprattutto tanto, tanto pop.

Tu hai scritto il libro “Rock in Progress“, un’occasione per far luce su questo ambiente. Che idea ti sei fatto? Qual è il modo per superare l’impasse, per far ripartire un settore in crisi come quello della discografia? Cosa consigliereste a un discografico?
Di investire su progetti di elevata qualità. Sembra banale, fin troppo, ma il punto è tutto lì. Per elevata qualità intendo non solo ottime canzoni e qualcosa da dire per davvero, ma anche la capacità di curare il proprio progetto attraverso le immagini, i video, il proprio modo di porsi, la propria professionalità e l’impatto live. La gente oggi ha fame di musica vera, emozionante e capace di comunicare, se si esce dai vecchi schemi di pensiero e ci si guarda intorno, è evidente.

Cosa odi e cosa ti piace del web?
Mi piace il modo in cui il web riesce a diffondere, in un attimo, un messaggio, una canzone, un video, a un’infinità di persone. Questo potenziale comunicativo non l’abbiamo mai avuto finora. Allo stesso tempo questo è anche ciò che odio del web. Troppi messaggi, troppe canzoni, troppi video e così si rischia il corto circuito.

Voi come band a quale valore non rinuncereste mai?
All’amicizia e alla serenità tra di noi. Se si lavora bene insieme si può fare di tutto!

C’è qualcosa che vi piacerebbe fare per la cultura in Italia?
C’è talmente tanto da fare! Nel nostro piccolo ci piacerebbe contribuire a diffondere l’idea che c’è anche dell’altro qui fuori: altra musica, altre idee, altri stili di vita, altre possibilità. Capire questo rende liberi, e non c’è niente di meglio!

Ultima domanda: quali sono le vostre ambizioni?
Essere sempre soddisfatti di quello che facciamo, e non avere nulla da rimproverarci.

E per chi volesse saperne di più sugli Io Non Sono Bogte basta semplicemente recarsi sul loro sito.

A tutti voi inoltre invito a contattarmi, per farvi conoscere, propormi la vostra musica, all’indirizzo email prinaldis@gmail.com. Come sempre, Vive le Rock!