Tra le pieghe luccicanti della rivoluzione economica e urbanistica di Rio De Janeiro, c’è chi paga un prezzo molto alto per il boom di una città al centro degli interessi internazionali e degli interventi infrastrutturali in vista di mondiali di calcio e Olimpiadi. Più alto e più antico di quello pagato dai cittadini frustrati da cattiva redistribuzione, corruzione e carenza di servizi, scesi in strada nelle ultime settimane. Sono gli ultimi e inascoltati: i residenti delle favelas. Lavoratori che nel buio dei vicoli delle loro comunità, si sono tristemente abituati negli anni a subire soprusi di politica, criminalità e polizia, stringendosi l’uno all’altro, alla ricerca di solidarietà per sopravvivere. Fasce deboli della popolazione che ora, a causa della speculazione immobiliare e della nuova ricchezza, rischiano di perdere anche il ‘privilegio’ di vivere in favelas. Non solo a causa delle rimozioni ufficiali in alcune aree abitate per far spazio ai progetti sportivi, ma anche per effetto di un fenomeno più subdolo, identificato con il nome di ‘rimozione bianca’.

Il caso, evidente già da alcuni anni, va inserito in un più ampio discorso di rivalutazione immobiliare che interessa la città e in particolare la sua area ‘nobile’. Quella zona sud dove, alla crescita economica del Paese che ha visto aumentata la presenza di multinazionali con le loro sedi e case di lusso per i dirigenti, si sono aggiunti gli effetti dell’opera di ‘bonifica’ di quasi tutte le favelas presenti. Il governo dello Stato di Rio sta da tempo portando avanti un processo di pacificazione delle comunità, attraverso la Upp, Unidade de Policia Pacificadora. Queste politiche hanno causato l’uscita dei trafficanti armati dall’interno delle comunità, migliorandone aspetto e soprattutto vivibilità. Con la polizia, nelle favelas sono entrate aggressive le società di servizi. Acqua, corrente elettrica e raccolta dei rifiuti sono forniti in maniera più efficiente. Ma l’incremento delle tariffe, divenute facili da riscuotere senza la presenza di banditi armati, ha reso spesso insostenibili i costi. La pacificazione, ha favorito anche la crescita dei prezzi dei beni di consumo, considerata anche la penetrazione nelle comunità di grandi catene di distribuzione prima tenute fuori dai troppi rischi. La rivalutazione degli immobili è stata immediata.

Il risultato, nel sottobosco carioca dove le feroci disuguaglianze non sono certo un fenomeno del passato, è che in molti casi i poveri non riescono più a trovare spazio neanche in favela. Almeno non in quelle pacificate o della zona sud. Sono già diverse le denunce dei residenti che raccontano il disagio, a rappresentare anche una differenza nelle cause di ‘espulsione’ a seconda della posizione delle comunità. Se nella zona nord, lontana dalla tradizionale cartolina di Rio, si è assistito a un apprezzamento più graduale e con meno variabili in campo, tutto diverso è il discorso per la zona ‘trendy’. Le favelas a ridosso delle più famose spiagge carioca, sono infatti interessate da una vera e propria migrazione di esponenti della classe media e di stranieri. I primi con l’intenzione di viverci, rimanendo in centro in maniera accessibile, i secondi con quelle di darsi al business del turismo. Gli aspiranti imprenditori pagano cash, e riescono a comprare piccole abitazioni dai residenti storici che, spesso indebitati, preferiscono vendere.

Il fenomeno è forte in comunità come quella di Rocinha vicina all’esclusiva spiaggia dei surfisti di São Conrado, Santa Marta nel quartiere Botafogo o Vidigal che, con vista mozzafiato tra gli esclusivi quartieri di Leblon e Ipanema, di questa emergenza è diventata il simbolo. Per il presidente dell’associazione dei residenti Wanderley Ferreira, intervistato dal quotidiano O globo, la causa principale del fenomeno è stata l’acquisto di case da parte degli stranieri destinate in molti casi alla costruzione di alberghi o bed&breakfast. In base ai dati dell’associazione, per un bilocale che quattro anni fa si affittava a 200 Real al mese, adesso se ne devono sborsare 700. L’acquisto di un simile immobile quattro anni fa era possibile con 10mila Real (3,500 euro). Ora ne servono almeno 40mila.

Ma il problema colpisce anche favelas tradizionalmente riconosciute come aree tra le più disagiate della città. Secondo una ricerca effettuata nel Complexo do Alemão e da Penha (zona nord, fino alla sua pacificazione nel 2010 il quartier generale del più importante gruppo di trafficanti della città), i prezzi degli affitti negli ultimi due anni sono schizzati verso l’alto. Lo studio dall’associazione dalla favela Parque Novo presenta dati preoccupanti. I prezzi sarebbero in molti casi raddoppiati, al punto che 417 famiglie solo tra febbraio e marzo 2013, impossibilitate a pagare, sono state colpite da sfratto. Rimanere è una sfida. Un affitto che prima per un piccolo appartamento era contenuto tra i 100 e i 250 Real (35 e 85 euro circa), adesso arriva anche a mille Real al mese. Più del salario minimo da 678 Real mensili, guadagnato da molti lavoratori poveri residenti nell’area. Secondo le denunce raccolte dalle associazioni, attualmente sono necessari non meno di 500 Real per uno spazio di 15 metri quadrati. E così per moti l’unica alternativa è lasciare. Fino a tre anni fa uno dei peggiori luoghi dove abitare, lontano anche dai più basici servizi, tanto che a garantire la salute dei cittadini operavano organizzazioni come Medici senza frontiere, ora il Complexo è diventato area residenziale.

E così per molti, l’unica alternativa è il trasferimento. In favelas non pacificate e dunque ancora sotto il controllo dei trafficanti, o fuori dall’area metropolitana dei Rio. In particolare verso la Baixada Fluminense: fascia di Municipi a ridosso della capitale, dove gli indici di criminalità sono allarmanti e peggiorano inesorabilmente, anche a causa della migrazione in quelle città minori dei criminali in fuga dalle favelas pacificate. Luoghi che, ovviamente, non saranno investiti dall’onda lunga degli investimenti e che rischiano di diventare il più grande problema di ordine pubblico e sociale negli anni a venire. Quando però le olimpiadi saranno concluse, e l’attenzione internazionale, probabilmente, sfumata.