Ieri Repubblica e, usando la stessa fonte, il Financial Times, hanno lanciato l’allarme derivati nel Tesoro italiano. La “fonte” è un rapporto periodico che il Tesoro manda alla Corte dei Conti e che qualcuno ha fatto “filtrare”. In quel rapporto non c’era nulla di più che il resoconto della normale attività di copertura che il Dipartimento che si occupa del debito pubblico fa regolarmente. Un rapporto tecnico, su un tema piuttosto complesso.

In mani poco esperte però il rapporto è divenuto “esplosivo” e fonte di alcune insinuazioni pesanti: la prima è che il Tesoro “speculerebbe” con derivati rischiosi a spese degli italiani, la seconda è che l’Italia è entrata nell’euro grazie a truffe contabili usando i derivati e l’ultima che, dietro alcune rinegoziazioni dei contratti con le banche, ci siano vere e proprie “commissioni occulte”. 

Ieri ho confutato tutte le tesi del pezzo di Greco che, a dire il vero, oggi ridimensiona assai su Repubblica l’entità dello scoop. Anche perché se uno spara un titolo come ha fatto Repubblica può succedere che

1) Un magistrato apra un indagine per “vederci chiaro” parlando, di fatto, di notizie di reato.

E 2) che il Tesoro risponda con una nota per evitare equivoci. In realtà poteva andare peggio perché i funzionari del Dipartimento, in particolare la dott.ssa Cannata che lo gestisce, avrebbero gli estremi per una querela per diffamazione.

Greco infatti oggi si limita a concludere che la replica del Tesoro non “risponde alle puntuali accuse – per esempio – riguardo alla rinegoziazione di una swaption 2016-2036 con una più breve”. Non lo fa perché quella obiezione non ha alcun senso, e per rispondere bisognerebbe spiegare all’articolista cosa fa veramente il Dipartimento che gestisce le aste del debito pubblico e la sua esposizione ai rischi di mercato. Tra l’altro, nello specifico, se è vero che un funzionario del tesoro, negli anni ’90, mentre l’Italia pagava l’8% sui propri titoli decennali, ha stipulato un contratto grazie al quale avrebbe potuto, nel 2016, prendere soldi a prestito per 20 anni al 4,6%, questo funzionario meriterebbe una sostanziale gratifica piuttosto. Anche perché è assai dubbio che negli anni ’90 qualcuno potesse prevedere i tassi a zero che ci sono oggi (e nonostante i quali l’Italia paga ancora il 4,6% sul debito a 10 anni).

Assai più equilibrata la posizione de il Fatto Quotidiano che in un pezzo di Stefano Feltri, oltre a chiarire che il “mark-to-market” di alcuni derivati isolati dal resto del portafogli è una operazione senza senso, coglie in chiusura anche il lato “politico” della questione: attaccare oggi la “credibilità” della gestione finanziaria italiana, mentre lottiamo con l’Europa per superare la maledetta “austerity”, mentre il Governatore Draghi (ovvero il signore che ha salvato l’euro nel 2011) è sotto l’attacco dei falchi tedeschi, sulla base di dati così pasticciati e malinterpretati è davvero… un peccato.

Al “disguido” di Repubblica si è aggiunto invece uno sproloquio senza senso, denso di insinuazioni diffamatorie, posture ideologiche e analfabetismo finanziario scritto da Guido Viale, sul Manifesto. Viale è un ecologista millenarista, privo di formazione finanziaria e utilizza una tecnica nota dagli anni ’50. 

“Dentro questa cartellina, c’è la lista con centinaia di americani comunisti che complottano contro il nostro Paese”. All’incirca furono queste le parole del senatore Usa Mac Carthy all’inizio della sua “caccia alle streghe” negli anni ’50. Nella cartellina non c’era nulla ovviamente, ma la sua “lista” fece tremare più di un intellettuale, o anche semplice simpatizzante di sinistra.

“Chi ha autorizzato il nostro governo a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani?”. Il tenore dell’articolo di Viale (ma la rete presto pullulerà di testi simili) è tutto nell’attacco. Ovviamente il Tesoro non gioca al casinò dei derivati (che non sono un casinò). Il Tesoro usa i derivati per assicurare allo Stato i soldi per funzionare. E sebbene questo oggi sulla stampa voglia dire sprechi, corruzione, province inutili, Batman & co. in realtà parliamo anche di scuole, ospedali, sicurezza, infrastrutture ecc. 

Ma che derivati usa il Tesoro e perché? Se Siete arrivati fino in fondo a questo lungo post siete tenaci e quindi vi meritate un esempio “tecnico”.

Il Tesoro prende i soldi in prestito sul mercato emettendo titoli. Questi possono essere a tasso fisso (i BTP) che pagano una cedola uguale ogni 6 mesi per la durata del prestito. Per esempio il fittizio BTP 5% 7/2023 vi pagherà una cedola del 2,5% a gennaio e a luglio di ogni anno fino a luglio del 2023 quando oltre alla cedola vi restituirà anche il capitale. E poi emette titoli a tasso variabile (i CCT per esempio), la cui cedola cioè “varia” in proporzione a un parametro scelto (l’euribor, i bot, l’inflazione ecc).

Facciamo il caso che il Tesoro abbia appena emesso 5 mld di un CCT a 7 anni. Per i prossimi 7 anni i funzionari sanno che hanno una “incognita”, cioè pagheranno una cedola che varia a seconda delle condizioni dell’economia internazionale, dei mercati ecc. Questa incognita è un rischio. E se domani il governo cade? E se l’inflazione esplode e i tassi ufficiali salgono molto? Si chiama “rischio tasso”, assomiglia a quello che hanno i cittadini con un mutuo variabile: la loro rata può variare, e considerevolmente (ricordate dove andarono le rate dei mutui a tasso variabile nel 2007/2008 e i picchi del post Lehman quando i tassi euribor schizzarono verso l’alto? L’euribor superò il 5% e superò anche i tassi dei Btp decennali). Potrebbero fregarsene i funzionari del Tesoro. Ma non lo fanno. Può succedere, per esempio che decidano di “assicurarsi” almeno per la metà di quel rischio, di ridurlo. È una scelta sbagliata? Qui entriamo in un altro tema (le politiche di gestione del debito). Diciamo che l’orientamento prevalente è che la precedenza è nel rifornire lo Stato, al tasso minore, con i rischi minori che questi domani non sia in grado di farlo. Per “assicurarsi” il tesoro chiama una banca (di solito più d’una, vengono messe in concorrenza) e gli chiede di fare un derivato, uno swap. Il derivato permette di “scambiare” un flusso variabile con uno fisso (e viceversa). Grazie allo swap il Tesoro “fissa” il costo di metà della sua cedola. Ovviamente può succedere che negli anni seguire tutto vada bene, anzi che i tassi scendano. In quel caso il derivato ha un valore negativo per il Tesoro (come un’assicurazione inutile) nel senso che si paga un fisso più alto di un variabile più basso.

Ovviamente la casistica è assai più complessa e gli strumenti usati pure. Ma il punto è tutto qui. Se il portafogli derivati è di 160 miliardi su un debito di 2mila miliardi vuol dire che i funzionari “coprono” i rischi in meno del 10% dei casi. Anche perché probabilmente usano il mix di titoli piuttosto.

Concludendo quindi: il Tesoro italiano usa pochi derivati, per ridurre il rischio che lo Stato italiano resti a secco o paghi troppi interessi sull’enorme debito. E i derivati tossici? E Roma come Atene? E i nani della finanza che ci rapinano? Beh per quelli… chiedete ai complottisti.

Prima puntata: Il Tesoro come Lehman Brothers? Una bufala