Ancora non si sa quale sarà la destinazione finale della “talpa digitale” Edward Snowden, e se la pericolosa “spia” , come oramai è stata definita – un po’ frettolosamente e opinabilmente – dalla maggior parte dei media americani (e non solo) riuscirà ad eludere, l’ira degli Usa. Vista dall’Oriente, tuttavia, la vicenda assume contorni e offre spunti di riflessione ben diversi della semplice “caccia all’uomo”. Soprattutto se la si inquadra in una prospettiva “storica” di un continente, sempre più importante e determinante per le vicende del pianeta, sino a poco tempo “prostrato” o comunque intimorito dagli Usa e che oggi invece comincia a permettersi dispetti, sgambetti, e perfino dita negli occhi. E dimostra che nonostante tutti i recenti sforzi, soprattutto attraverso il riconoscimento del ruolo della Cina, di riconquistare spazi e credibilità in Asia, o quantomeno in Estremo Oriente, gli Usa fatichino a suscitare, e ottenere, simpatia e solidarietà e, ancor meno, complicità.

Proviamo a comparare questa vicenda – per quanto possible, vista la profonda diversità dei personaggi e delle accuse – non tanto a quella di Julian Assange, la mente di Wikileaks che non ha coinvolto potenze “asiatiche”) quanto a quella che qualche anno fa coinvolse il leggendario, quanto controverso, campione di scacchi Bobby Fisher, oramai scomparso. Allora fu il solitamente obbediente Giappone a “non ottemperare”, giocando di molina fino a quando Fischer non trovò la soluzione (l’asilo in islanda); oggi è la Cina che, pur rispettando le norme internazionali, ha cacciato un dito negli occhi dell’amministrazione Usa. E ne esce a testa alta.

Intanto, vale la pena ricordarla, la vicenda di Fischer. Tutti sanno oramai tutto – o quasi tutto – di Snowden (anche perché riguarda aspetti e diritti che riguardano tutti noi frequentatori della rete e dei social network) ma pochi ricordano che nel maggio 2005, rientrando da una “trasferta” nelle Fillippine (dove aveva fondato una radio pirata anti-Usa, dalla quale lanciava insulti irripetibili contro gli Usa e inneggiava a Osama Bin Laden e alla guerra santa contro il sionismo), Bobby Fisher, il “campione dei campioni”, l’uomo che battendo Boris Spasskij in Islanda nel 1972 aveva inorgoglito milioni di americani, venne arrestato al suo arrivo a Tokyo dove da anni viveva in modo molto riservato. Il motivo dell’arresto – probabilmente illegittimo – era futile: il passaporto risultava annullato (circostanza rivelatasi poi falsa).

In realtà la misura preventiva di arresto era stata richiesta dagli Stati Uniti che, dopo averne individuato finalmente la residenza, stavano preparando le carte per la richiesta di estradizione. Fisher era infatti ricercato per “alto tradimento”, “vilipendio della bandiera”, “evasione fiscale” e violazione dell’embargo contro la Jugoslavia nel 1999, paese con il quale all’epoca la Nato (cioè gli Usa) era in guerra e dove invece il “capriccioso” Fisher – uno degli aggettivi più gentili che si possano usare, nel suo caso – era andato a giocare, lautamente retribuito, la storica rivincita con il campione russo. Battendolo di nuovo ma stavolta non uscitando alcun entusiasmo negli Stati Uniti. Che invece lo incriminarono per una lunga lista di reati per i quali, se condannato, avrebbe rischiato da un minimo di 10 anni all’ergastolo

Nonostante il Giappone fosse formalmemte intenzionato a concedere l’estradizione, e avesse trattenuto in detenzione oltre ogni possible e ragionevole termine Fisher, il governo Usa tardò a presentare la documentazione, e un paio di giorni prima che questa arrivasse, dopo un susseguirsi di eventi degno di un film poliziesco (e che vissi in diretta, essendo tra i fondatori del comitato per la liberazione di Fischer e tra quelli che lo scortò personalmente all’aereoporto) Bobby Fisher ottenne la cittadinanza onoraria dell’Islanda (l’allora ambasciatore islandese a Tokyo era un suo fan, l’aveva conosciuto ai tempi della storica partita di Reykjavik e aveva “sposato” la sua causa) e riuscì a lasciare il Giappone, lasciando con un palmo di naso gli americani e suscitando timide risatine da parte dei giapponesi, incapaci ovviamente di opporsi formalmente alla richiesta – sia pur poco fondata giuridicamnete – di estradizione, ma tutto sommato contenti che Fisher l’avesse sfangata. Anche perché all’epoca, il vecchio campione si accompagnava ad una ricca e potente signora giapponese, vedova dell’ex presidente dell’Associazione Scacchi Giapponese. Un’autorità, nel paese.

Ben diverso il caso di Snowden, che la Cina (anche se formalmente a gestire tutta la vicenda è stata Hong Kong) ha di fatto accolto, protetto e poi lasciato libero di proseguire la sua fuga. Che tra le varie mete finali prevede anche, come opzione, la gelida ma apparentemete generosa e accogliente, Islanda.

Se all’epoca per il Giappone si trattò di una piccola, e non pubblicizzabile, soddisfazione, la Cina può oggi rivendicare una doppia vittoria. Per aver detto no agli Usa senza violare alcuna regola internazionale e per aver, dopo aver incassato il fall-out positivo come vittima dello spionaggio di stato Usa, ridicolizzato la sua amministrazione, irrimediabilmente colpita nella sua credibilità da Snowden con le sue rivelazioni.

Non solo, ma grazie all’ambiguo “status” di Hong Kong (un paese, due sistemi: ma lo slogan vale solo per quanto riguarda il segreto bancario… dubitiamo che i “servizi” siano autonomi e rispondano a capi diversi) la Cina è riuscita ad ottenere da Snowden – per sé e presumibilmente mettendole a disposizione delle altre “vittime”, Russia compresa – tutte le informazioni, e i relativi supporti digitali, senza bisogno poi di restituire la giovane “talpa” agli Stati Uniti, reciprocando il favore ottenuto a suo tempo, a Pechino, nel caso Wang Lijung. Ricordate? Il vicesindaco e capo della polizia di Chongqing, che con le sue rivelazioni aveva cominciato a far crollare lo strapotere del governatore e astro nascente del partito Bo Xilai e che si era rifugiato nell’ambasciata americana a Pechino. Gli americani, presumibilmente dopo averlo fatto cantare perbenino – in gergo si chiama “debriefing” – invece di dargli asilo politico lo riconsegnarono alle autorità cinesi, dopo essersi assicurati che sarebbe stato trattato “nel rispetto delle leggi”. Ovvio che dopo questo gesto, formale quanto inutile e crudele nei confronti del povero Wang Lijung (gli Usa avevano comunque ottenuto tutte le informazioni che volevano) la Cina si sarebbe trovata in difficoltà, ora, a non “restituire” Snowden, nel caso avesse deciso di restare a Hong Kong chiedendo formalmente asilo politico.

Insomma, alla fine, Cina batte Usa 3-0. Il terzo gol, quello sui principi della libertà del cyberspazio e dunque della “rete”, lo ha segnato Luo Ping, docente di informatica presso l’Università di Tsinghua (una delle più “visitate” dagli Usa). Il quale, in una intervista alla Reuters, non si lascia sfuggire la ghiotta occasione e insacca, come si dice, a porta vuota: “Certo, dopo questa storia anche noi cinesi dobbiamo imparare la lezione e proteggerci adeguatamente dai rischi di essere continuamente colpiti nella nostra privacy. Forse è ora di approvare sistemi più restrittivi di accesso e gestione della rete”. E tanti saluti alle voci che davano per imminente uno sbarco in grande stile in Cina, dove è ancora ufficialmente inaccessibile (ma molti cinesi sanno come fare) di Facebook. Il fondatore, Mark Zuckenberg, che pare avesse promesso “massima collaborazione” alle autorità di Pechino, dovrebbe chiedere ora i danni alla Cia.